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20 novembre 2009

100 ottimi motivi per piantarla di scrivere - Lezione 7


1- «Inizio lunedì, questa volta ho deciso!».

2- «Metto i figli a letto e poi mi piazzo al computer!».

3- «Quando sarò più tranquillo con la nonna mi metto a scrivere!».

4- «Due cartelle al giorno da lunedì a sabato, domenica invece mi riposo!».

Poi, tanto per cambiare, succede qualcosa che vi blocca, rimandate, nuovamente altre promesse. C’è sempre un motivo per rallentare o fermare la scrittura. Siete sempre indietro rispetto ai vostri obiettivi.

Novembre diventa dicembre,
 lunedì diventa mercoledì,
il tardo pomeriggio diventa la sera.
E avanti così fra illusioni e demotivazioni.

Guardatevi allo specchio, siate sinceri con voi stessi.

Ecco un altro ottimo motivo, piantatela di scrivere, non finirete mai ciò che avete iniziato.

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Intervista a Paolo Cacciolati


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinato alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Grossomodo a undici anni, giocando a tennis contro il muro del cortile. Immaginavo partite infinite tra i miei campioni preferiti, Jimmy Connors e McEnroe su tutti, mi figuravo le loro emozioni in gara, gli insulti all’arbitro, il gioco di sguardi con la fidanzata in tribuna, poi dopo aver finito la mia immaginaria finale di Wimbledon tornavo in camera a scrivere la cronaca della partita su un quadernetto. Ecco, credo che tutto sia partito da lì.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

Traduco istinto creativo con idea e razionalità consapevole con tecnica e rispondo che dipende dalla forma che adotto per il mio testo. Se resto sulla forma racconto, ho l’impressione che tutto sia più facile, ti basta avere l’idea giusta e svilupparla fino al punto giusto, certo, anche nel racconto serve la tecnica, però non è una faticaccia come scrivere un romanzo, legare insieme le varie idee, farle stare dentro uno schema. Io vorrei spezzare una lancia a favore del romanzo, non condivido questa preferenza (a parole) verso il racconto, tipo quello che Elisabetta Rasy ha scritto su un giornale: “Non c’è bisogno di un romanzo, né del suo intreccio, né della sua estensione, perché il lettore sia afferrato da un autore. Anzi, non tutti i lettori sono disposti a stare al gioco di chi spaccia la quantità, il mero numero di pagine, come garanzia di una capacità inventiva superiore e di sicuro coinvolgimento”.
Io non sono d’accordo con questa tesi, non necessariamente il breve coincide con la qualità, come non è detto che il “lungo” sia sinonimo di scarsa creatività. E poi noto che molti recensori (spesso gli stessi che lodano le virtù del racconto), quando si tratta di stroncare un romanzo, chiosano serialmente con un ah, si vede che non ha il passo del romanzo, o con un eh, si vede che al massimo può scrivere racconti; allora, che si mettessero d’accordo con se stessi!

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Il tempo della scrittura è qualcosa che va conquistato, meritato, qualcosa che va strappato a forza dal mare di altre cose da fare che ti assalgono quotidianamente. Io (come molti altri scrittori che conosco) faccio tutt’altro lavoro, in più ho una famiglia e addirittura delle amicizie, e avrei pure l’aspirazione di mantenere un minimo di vita di relazione, quindi per la scrittura ho bisogno di sentire uno stimolo talmente forte da farle scavare comunque uno spazio tra tutte queste cose. Devo anche dire che, quando ho avuto sprazzi di tempo libero e momenti in cui potevo mettermi a tavolino e dire oh, finalmente ho tempo per scrivere in santa pace…non ho combinato nulla.


Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Naturalmente della carta, ho ancora bisogno del pezzo di carta, che sia la moleskine, un post it, il retro di uno scontrino, per fissare un’idea del momento. Mi sono reso conto che le idee più interessanti mi arrivano mentre sto guidando la macchina (preferibilmente da solo), così le prime bozze dei miei testi spesso hanno la forma di un volante.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Io potrei andare a baciare la lapide posta all’ingresso del mio liceo che ricorda che Guido Gozzano ha compiuto lì gli studi ginnasiali, poi sono di animo un po’ gozzaniano, mi piace quel misto di spleen e di irrispettoso trastullo. Del resto, il periodo di Gozzano è quello che più mi attira, anche per quell’inquietudine che emergeva negli spiriti più sensibili del tempo, forse come veggenza delle tragedie che stava approntando il nuovo secolo. Quanto agli autori oltrefrontiera di quel periodo, oltre alla pleonastica citazione di Cechov e Kafka, nutro una viscerale e a me stesso incomprensibile passione per Gustav Meyrink, e non solo per il capolavoro del Golem.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Ho avuto in passato esperienze di premi letterari al sud, dove il calore e l’entusiasmo intorno alla letteratura vince 4 a 0 sul nord. In settentrione, peraltro, le statistiche ci dicono che si vende (che non è sinonimo di “si legge”) di più. Quindi i big editoriali tendono a spingere i grossi eventi promozionali, festival e kermesse, al nord. Al sud c’è più offerta di letteratura e di scrittori, ma c’è meno domanda di acquisto. Insomma, detto da scrittore “nordista”, chiamiamola sensibilità, attitudine, urgenza di scrivere, quello che ti pare, ma vedo che il talento emerge più spesso al sud. Solo che anche in questo campo, spesso, tocca migrare.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

Scrivere ha complicato il mio percorso di vita, del resto sono certo che se non ci fosse stata la scrittura sarei riuscito a trovare altre complicazioni assai più deleterie. È una quadratura del cerchio, specie nei rapporti con gli altri. Scrivere necessita di solitudine e isolamento, almeno ogni tanto, però riesco a scrivere solo se traggo spunto dallo stare in mezzo agli altri, dagli incontri, dalle situazioni che ti accadono anche nel quotidiano. Quanto ai desideri, come persona ho già più di quanto osassi sperare. Come scrittore ne ho uno solo: di essere letto (che, ripeto, non coincide sempre con vendere) dal maggior numero possibile di lettori.

La ringrazio e buona scrittura.

Grazie a voi.


Paolo Cacciolati è nato il quattro dicembre di una quarantina d’anni fa, vive in Piemonte tra Cuneo e Torino. Ha pubblicato racconti con Fandango e Edizioni Las Vegas, oltre che su riviste letterarie e siti web. E’ redattore della rivista online Lapoesiaelospirito. Il 12 novembre 2009 è uscito il primo romanzo, Digestione del Personale (Ed.TEA).

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Alessandro Baricco



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2012: a che ora è la fine del mondo?


Di Roberto Orsetti

Da anni lo aspettavo.
Aspettavo che giorno dopo giorno la cassa di risonanza delle profezie dei Maya sulla fine del mondo amplificasse la sua voce.
Ho letto, in questi trent’anni, di tutto e di più.
Dai primi documentari, dalle prime letture, attraverso la serie di tutte le profezie, previsioni, allarmi che dal 1977 mi solleticano.
10 aprile 1977: Millar e Wasdworth, esperti e studiosi di profezie bibliche, sostengono che il passaggio delle comete Hale-Bopp e Hyakutake nella costellazione di Perseo porterà all'apparizione dell'Anticristo. Con conseguente catastrofe.
Quello è la prima di tante fini annunciate che ho vissuto. Non senza una certa apprensione, lo ammetto.
Ma gli affari sono affari.
Quindi ben venga la fine del mondo, se fa audience, se fa vendere libri e riviste, se fa cinema.
In due giorni ho visto "2012" di Emmerich e "2012 - Supernova". Quest'ultimo non si appoggia sulle profezie Maya, ma la fine è la stessa.
Non voglio discutere di Giacobbo, non ne ho titolo...
Persino mia madre, 78 anni, mi ha chiesto spiegazioni. Mia cognata non ne vuole sentire parlare neanche per scherzo.
La "psicosi", anche se parlare di psicosi mi pare eccessivo, è strisciante... Potremmo parlare di "piccolo dubbio", ma basta fare un giro nella rete per leggere di persone molto interessate a questo "piccolo dubbio".
Come prepararsi dunque alla fine del mondo?
Mi verrebbe spontaneo dire di andare in giro con un saio e una campanella, blaterando frasi come "Pentiti... La fine del mondo è vicina!".
Troppo facile. Pensiamone un'altra.
Nel film di Emmerich ci sono le classiche due reazioni possibili. Una è quella buonista, soffriamo insieme e poi vediamo, e l'altra è quella più plausibile, io penso a salvarmi con i miei e voi a fankulo.
In mezzo ci sono tutti quei disperati, ignare vittime della catastrofe e delle due reazioni omologate, quelli che soccomberanno nel caso di disastro totale, quelli che sperano in un finale almeno come Indipendence Day (strano, è sempre di Emmerich e mi viene il dubbio che lui sappia qualcosa più di me), con sopravvissuti sparsi per il pianeta.
Gli affari sono affari.
Intanto se ne parla, se ne scrive, si stampano magliette. Se fate una ricerca su Google ci sono 1.960.000 risultati per "2012 la fine del mondo". Ma non ci sono molte indicazioni su come salvarsi. Alla ricerca "Come salvarsi dalla fine del mondo del 2012" ci sono solo 58.000 risultati.
Le persone però si interrogano, diventano pro o contro dal barbiere, dal macellaio, dal giornalaio.
Qualcuno ci ride su, e cerca di comprare a rate, non si sa mai.
Ho fatto un giro in qualcuno di questi 58.000 risultati.

Se credi non dovresti avere paura. Qualsiasi cosa succeda chi crede si salverà sicuramente... Per quelli che non credono il problema non si pone. Per loro non c'è nulla!

Comunque se succedesse qualcosa di grave lo verremmo a sapere all'ultimo minuto e quindi non si salverebbe nessuno. Si salverebbero solamente presidenti, papi, politici, scienziati e schifezze varie.

Il calendario Maya prevede che nel 2012 ci sia una sorta di passaggio nella quarta dimensione.
Solo un terzo della popolazione terrestre si salverà, ovvero solo chi riuscirà a sviluppare un grado di coscienza sufficiente e un elevato livello di spiritualità.

Se è fine del mondo non ci sono discussioni, si muore tutti. Chiuso e basta.

Che la Luce sia con tutti voi!

Non mi sono state di aiuto, mi confondono ancora di più le idee. I miei figli, 11 e 13 anni non possono crederlo, mi hanno detto. E sul film di Emmerich la domanda è stata: "Ma i Cinesi ce la farebbero davvero a costruire le arche spaziali?".
Per chi voglia approfondire ho scoperto anche un sito. Si chiama "Sopravvivenza 2012" e indica aree e modi per salvarsi.
Un consiglio: non andateci troppo vicino alla data fatidica, non trovereste posto, per quello che ho visto e capito.
Mi porto il mio dubbio allora, che durerà almeno sino al 21 dicembre del 2012. Di certo quell'anno aspetterò l'ultimo momento per comprare i regali di Natale.
Se poi dovessimo ritrovarci a brindare allo scampato pericolo, dal giorno dopo possiamo pensare al passaggio dell'asteroide Apophis, il 13 aprile del 2036.
Una nuova scadenza catastrofica.

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Soyinka, writer's bloc

Afrique en ligne
France: Soyinka worried about consequences of financial crisis on African literature.

The New Yorker
Writers’ Bloc.

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Sconto sui libri, una minaccia, la lingua per la fiction

Books Blog
La chiusura delle librerie indipendenti e la politica dello sconto sui libri.

Nazione Indiana
La minaccia per autori ed editori.

Minima et Moralia
Alla ricerca di una lingua per la fiction (I parte).

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19 novembre 2009

Frammento 16: Cimiteri e scrittori, vita e morte


Uno dei miei vezzi che dura da tempo è la visita ai cimiteri con l’obiettivo di scoprire le tombe degli scrittori rimasti nella storia della letteratura.
C’è stata una fase in cui scattavo foto, ora invece, da qualche tempo, il più delle volte mi abbandono semplicemente alle sensazioni, ripensando ai libri che ho letto dell’autore. È difficile confrontarsi con i resti fisici dei grandi del passato, si prova un senso di pochezza e piccolezza che lascia smarriti.

L’eloquenza e l’intima meditazione che solo un cimitero può donare dipendono dalla sensibilità del singolo individuo ed esse non concernono l'adesione a specifici riti religiosi: il sacro e il profondo esulano dalle scelte più o meno consapevoli all’interno di qualsivoglia organizzazione spirituale, riguardano lo spirito e l’inconscio.

Tutto iniziò molti anni fa quando lessi un romanzo di Tolstòj e feci la promessa a me stesso che un giorno sarei andato a fargli visita a Jasnaja Poljana per ringraziarlo (un ringraziamento che immagino emozionante dato che sono quel che sono oggi grazie anche alle sue parole, tanto mi influenzarono durante la mia adolescenza). Ironia del caso, non sono ancora riuscito a realizzare questo sogno, anche se sono fiducioso che non manchi molto tempo.
Sarebbe impossibile sintetizzare le innumerevoli visite ai cimiteri che mi hanno permesso di vivere forti emozioni, ciononostante voglio condividere con voi la più recente spedizione al Cimitero Maggiore di Vicenza.
Lì ho “incontrato” Giacomo Zanella, Antonio Fogazzaro, Guido Piovene, Gian Giorgio Trissino, Paolo Lioy e, oltre agli scrittori, anche Andrea Palladio. Ho indugiato qualche secondo ulteriore sulla tomba di Antonio Fogazzaro, commuovendomi interiormente. Una sensazione di smarrimento appunto.

Vivere nella verità dei sentimenti implica accettare le scelte dell'anima, significa affrontare con ostinazione le mutevolezze, le delusioni, le solitudini e i timori. Ineluttabilmente fragili nella società; lei, la società, così disacconcia nell’apprezzare simili contemplazioni lontane anni luce da fini utilitaristici e fenomeni gregali.
Entro la fine dell’anno andrò a fare visita ai cimiteri di Malo e di Asiago: Luigi Meneghello e Mario Rigoni Stern. E credo che sarà dura…

All'ombra de' cipressi e dentro l'urne
confortate di pianto è forse il sonno
della morte men duro? Ove più il Sole
per me alla terra non fecondi questa
bella d’erbe famiglia e d’animali,
e quando vaghe di lusinghe innanzi
a me non danzeran l’ore future,
né da te, dolce amico, udrò più il verso
e la mesta armonia che lo governa,
né più nel cor mi parlerà lo spirto
delle vergini Muse e dell’amore,
unico spirto a mia vita raminga,
qual fia ristoro a’ dì perduti un sasso
che distingua le mie dalle infinite
ossa che in terra e in mar semina morte?
[…]

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Pianificazione strategica per il nostro libro - parte I


Di Marcello Marinisi

L’obiettivo è quello di vendere. Lo abbiamo detto.
Ma come riusciamo a raggiungere questo obiettivo in un mercato che brulica di autori (o sedicenti tali)? Come possiamo aumentare le chance che il nostro libro può avere di emergere dalla massa e diventare un best-seller?

Di certo non è un’impresa semplice e, soprattutto, io non ho la lampada di Aladino con i tre desideri, altrimenti uno lo avrei come minimo già utilizzato!
Ciò di cui vorrei parlare in questo secondo intervento è il valore della pianificazione nell’ambito del marketing e, di conseguenza, della comunicazione. Molti autori si sono spesi per sottolineare questo aspetto a volte troppo trascurato e che mi sembra rappresentare una delle maggiori carenze nel nostro mercato.

Queste pagine servono per dare qualche strumento utile per coloro che vogliono comunicare bene, ma in economia (fermo restando che ci sono azioni di comunicazione particolarmente dispendiose, inutile nascondersi dietro a un dito). Di certo, però, è necessario entrare un po’ nel dettaglio di che cosa significhi davvero pianificare, anche per rendersi conto che non ci si può improvvisare editori (imprenditori), come molti pensano spesso ingenuamente di fare quando ricevono troppe “porte in faccia”. Per questa ragione, questo intervento sarà suddiviso in due tronconi, per evitare che un’eccessiva sintesi possa inficiare la comprensione degli argomenti esposti.

In primo luogo, sarà necessario analizzare gli obiettivi che ci proponiamo di raggiungere con la nostra operazione di marketing. Conoscere gli obiettivi ci aiuta a capire dove dobbiamo andare e quali possono essere le strade da intraprendere. Si possono avere obiettivi di prezzo (che si raggiungono intervenendo sul prezzo di copertina del volume), ci sono edizioni di prestigio che necessitano di un determinato livello di prezzo che sarebbe invece ingiustificato per un’edizione più scadente che dovrebbe caratterizzarsi per un prezzo più basso; oppure possiamo perseguire obiettivi di costi, strettamente connessi con gli obiettivi di prezzo ma che puntano di più sulla riduzione dei costi accessori, come per esempio la pubblicità e le promozioni; infine, si possono avere obiettivi di vendite, vale a dire che ci prefissiamo di raggiungere un determinato livello di copie vendute (che è poi la situazione più probabile). Volendo fare un esempio, io potrei scegliere di realizzare un volume molto curato, con carta di alta qualità, copertina in cartone e sopracopertina patinata, con rilegatura a filo ecc., scelgo quindi un alto livello di prezzo per il mio volume, infischiandomene dei costi e puntando, magari, su un’edizione limitata. Oppure posso decidere di realizzare su un’edizione che mi consenta di contenere i miei costi di produzione al minimo. Infine, posso decidere di puntare su un certo volume delle vendite, distribuendo un titolo che mi possa garantire, grazie alle mie azioni di comunicazione e per le sue qualità intrinseche un buon riscontro nel mercato. Questi obiettivi possono soltanto essere stabiliti sulla base delle caratteristiche dell’azienda editrice e sulle sue scelte imprenditoriali.

Il secondo passo della nostra pianificazione riguarda l’analisi della situazione, uno degli aspetti più complessi che ci si trova ad affrontare in fase di pianificazione. Questa si compone di quattro aspetti fondamentali, quattro piani di analisi molto complessi e altamente delicati:

1. L'andamento della marca e della sua identità (per marca, in questo caso si intende sia l’editore che il “titolo”), ci si riferisce all’immagine che i consumatori (in questo caso i lettori) hanno dell’editore o dell’autore e il modo in cui questa nel tempo può essere cambiata o adattata alle esigenze contingenti, si tratta di un aspetto che influisce molto sulla propensione all’acquisto da parte del consumatore.
2. I comportamenti e gli atteggiamenti dei consumatori, che devono essere analizzati per prevedere l’impatto dell’immissione nel mercato di un determinato titolo.
3. Come si muove la categoria dei concorrenti.
4. Le tendenze di sviluppo a livello macro (di mercato) e a livello di categoria.

Questi due ultimi punti sono di particolare interesse soprattutto perché consentono di guardarci intorno e comprendere con chi abbiamo a che fare e cosa ci si può aspettare dal mercato. Sono aspetti delicati che riguardano molto da vicino l’intera azienda editrice e che non è possibile prendere con leggerezza se si vuole riuscire a rimanere, come si suole dire, competitivi. Se i concorrenti stanno mettendo in atto un’azione aggressiva di comunicazione per spingere le vendite di un determinato autore o genere, dobbiamo valutare le nostre risorse e comprendere se siamo in grado di contrastare questa azione o se invece non valga la pena di arretrare e puntare su qualcosa di diverso e che magari ci lascia maggiore margine di azione.

In terzo luogo, è necessario definire il nostro target di riferimento. Questo passo è fondamentale sia in fase di scrittura del nostro testo, poiché bisogna sempre avere ben presente a chi ci si rivolge (per calibrare il registro, lo stile, lo sviluppo dei personaggi ecc.), sia in fase di pianificazione strategica, per comprendere meglio quali siano le operazioni di comunicazione e promozione da intraprendere e quali invece si rivelerebbero infruttuose (per esempio, un libro illustrato per bambini, tendenzialmente, non lo promuovo presso un’associazione culturale i cui membri sono soliti discutere delle teorie dei massimi sistemi). Molti editori conoscono già a priori le caratteristiche del lettore medio dei suoi libri e per questa ragione si concentrano su determinati generi o autori. Non si può pensare di gettare nella mischia un autore e “vedere come va”, questa è senza dubbio un’azione suicida che taglia le gambe allo scrittore e lo brucia. D’altro canto, troppi autori pretendono di piacere a tutti, cosa che obiettivamente non è possibile. Sia che si sia editori sia che si sia autori, bisogna cominciare a fare i conti con i propri lettori.

Concludendo questa prima parte del mio intervento sulla pianificazione strategica, il quarto aspetto da prendere in esame riguarda la definizione dell’azione che si vuole ottenere da parte del target. Sembra banale, ma non lo è. Quando parliamo di azione dobbiamo riferirci a comportamenti precisi e misurabili che concernono diversi aspetti legati all’acquisto e che devono essere calibrati sulla base delle caratteristiche del nostro target che abbiamo precedentemente individuato. Ci sono attività di comunicazione e promozione che sono inerenti a tutta la gamma di autori e testi pubblicati da una determinata casa editrice (per esempio, sconti sul prezzo di copertina di tutto il catalogo) e dunque giovano a tutta la “scuderia”. Ci sono invece azioni che sono indicate soltanto per far emergere una singola opera (per esempio una presentazione, un redazionale, o la partecipazione a un programma radiofonico o televisivo). Da non trascurare, poi, è il valore della fidelizzazione. Se per esempio mi trovo a scrivere una serie di romanzi correlati tra loro (una saga o un ciclo di qualunque genere) punterò a fidelizzare un gruppo definito di lettori in modo da potermi garantire un seguito anche per le pubblicazioni successive. Ovviamente questo affetto nei confronti della saga può scaturire sia dalla storia in sé sia da azioni specifiche di comunicazione volte alla creazione di un legame forte tra i personaggi (e la storia) e i lettori (caso eclatante in questo senso è il merchandising, si pensi a Harry Potter o a Twilight).

Come avete potuto capire, sono molte le cose da dire. Credo sia meglio lasciare digerire un po’ questi aspetti, prima di proseguire con le fasi successive che portano alla definizione del nostro piano integrato di comunicazione e alla nostra strategia e che saranno oggetto del mio prossimo intervento.
Alla prossima puntata.

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Doris Lessing



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Philip Roth, Infrastructure and Horror, James Othmer's Agent

Guardian
Bad sex award shortlist pits Philip Roth against stiff competition.

Galleycat
Writing about Infrastructure and Horror.

Galleycat
James Othmer's Agent Was No Clown... Yet.

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Dorian Gray, la giovinezza, handicap

Books Blog
Dal libro al film: Dorian Gray di Oscar Wilde.

Nazione Indiana
La giovinezza non è mai servita a nessuno.

Due colonne taglio basso
Handicap, emozioni e minimi eroi di comodo.

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18 novembre 2009

I dolori del giovane scrittore esordiente - parte IV


Di Simone Marzini

Leggevo l'altro giorno su un forum una risposta di un editore che lamentava l'invio multiplo a più case editrici dei manoscritti. Nella risposta affermava (copio e incollo per non sbagliare): NON prenderemo in considerazione proposte inviate contemporaneamente a più case editrici. Non sa quanto tempo (che per gli autori e' gratuito, ma per me no) ci si perde!
Siccome si dice il peccato ma non il peccatore, non faccio nomi.

Cosa dire di questa affermazione? Che in un mondo ideale sarebbe anche sacrosanta. Immagino l'editore leggere pile di manoscritti, a quanto pare ne arrivano veramente tanti a quasi tutte le case editrici, selezionare un'opera in cui crede e scoprire che in realtà è stata ceduta a un altro. Fa quantomeno incazzare. E' come stare dietro a una tipa, offrirle la cena, farle dei regali, mandare sms con poesie sdolcinate e poi passa uno mai visto prima e lei vi lascia lì impalati. Fa tanto incazzare.
Però è così che va la vita.
Ora, considerando gli autori come corteggiatori e le case editrici come belle donne, la soluzione più semplice per riuscire a concludere qualcosa è ovviamente la famosa tecnica del rastrello, che mi ha reso celebre nelle tre Venezie: impegnarsi su più fronti per ottenere dei risultati. Ovviamente comporta un dispendio energetico, economico e mentale non indifferente, ma finché non si intraprende un rapporto serio non è che uno può aspettare nudo in giardino seduto su uno sdraio sperando che una paracadutista smutandata gli cada in grembo, no?
Quindi l'invio multiplo è un'esigenza, almeno fino a che non verranno cambiati i criteri di selezione in maniera che siano più rapidi. Voi quando andate in libreria come fate a scegliere un libro? Lo guardate, leggete la presentazione sulla quarta di copertina e poi qualche pagina e se vi attira decidete di acquistarlo? No, perché mi risulta strano pensare che le case editrici non usino lo stesso metodo: se dopo aver letto sinossi e un paio di capitoli vedono che è un'opera interessante chiedono di inviare il resto. Così se dicessero: il tempo di attesa è di un mese poi in caso vi facciamo sapere, allora l'invio multiplo non sarebbe giustificato. Ma così non è e quindi bisogna aumentare le probabilità aumentando gli invii. Fermo restando che ricevere più offerte di contratto aumenta il vostro potere contrattuale, cosa non da sottovalutare. Mi permetto solamente di consigliarvi di non fare un invio a tappeto, ma di selezionare bene e di scegliere delle case editrici serie che non vi chiedano contributo. Per quelle, se proprio non ne potete fare a meno (ma so che potete), c'è sempre tempo dopo.

Ci sono anche altre alternative all'invio multiplo.
La prima che mi viene in mente è affidare il vostro manoscritto a un'agenzia letteraria: saranno loro a fare gli invii multipli al posto vostro. E' una soluzione che stavo valutando anche io, mi sto informando sui costi. Anche in questo caso si tratta di un investimento: l'agenzia chiede un pagamento per la valutazione dell’opera e in cambio vi manda una scheda di valutazione, ma non è garantito che decida di rappresentarvi. E' indubbio che se una delle agenzie più titolate vi prende sotto la sua ala protettrice per voi molte strade si aprono. E' come avere il telepass.
Un’altra possibilità è partecipare a concorsi letterari per inediti. Ce ne sono tanti e ci torneremo la prossima settimana, come per le agenzie letterarie meritano un post dedicato.
Ma c'è una quarta strada, secondo me la più affascinante. Se Maometto non va alla montagna allora è la montagna ad andare da Maometto. Dovete quindi fare in modo che le case editrici si interessino a voi. Come fare? Beh, anche gli editori e i professionisti della carta stampata leggono i blog . Ci sono diversi casi di persone scoperte in rete divenute famose. Diablo cody, che da spogliarellista è passata a premio oscar per aver scritto Juno. Andando in Italia mi viene in mente Selvaggia Lucarelli, anche se avere due bocce così l'ha sicuramente aiutata. Zoro, dalla rete a Parla con me su rai3. Pulsatilla, e di esempi ce ne sono tanti altri.
Ovviamente la concorrenza su web è ancora più spietata, ma ci sono delle cose che possono giocare a vostro favore: il passaparola, per esempio. E’ una potente arma di diffusione di massa.
Oppure vi basterà seguire il decalogo per avere un blog di sicuro successo che mi sono appena inventato:

1) Aggiornare almeno quotidianamente il blog o sito
2) Se siete già dei personaggi noti sfruttare la vostra notorietà, raccontando cose del tipo che anche voi fate la cacca, in modo da creare empatia col lettore. Se non lo siete dovete creare un alone di mistero intorno a voi.
3) Scambiare il più possibile link con altre persone, per la teoria dei 6 gradi di separazione potreste anche ritrovare la vostra ex fidanzata dell’asilo.
4) Lasciare commenti, possibilmente intelligenti, nei blog più seguiti. Siamo un popolo curioso e in molti cliccheranno sul vostro profilo, se poi troveranno qualcosa che gli piace (punto 7) torneranno a leggervi.
5) Scrivere cose intelligenti e utili: quando nel mio ormai defunto blog descrissi come costruire una trappola ammazza lumache con la birra le visite si sono impennate, e continuavano con regolarità. Erano seconde solo a "zoccolo di cammello".
6) Comparire in facebook, myspace, twitter, deviantart e tutti i social network esistenti al mondo con un numero di amici che neanche in otto vite riuscireste a conoscere.
7) Mettere immagini di uomini e donne nude (i più gettonati sono il calendario dei rugbisti francesi per la prima categoria e la tettona del grande fratello per la seconda).
8) Parlare male del governo in carica, che sia di destra o di sinistra.

Con questi semplici accorgimenti vedrete che il vostro blog avrà un aumento vertiginoso delle visite. Come dite, le voci sono 8 e non 10? Mi consolo: vuol dire che siete arrivati a leggere fino alla fine.

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Spetteguless sulle siure & Co. - Settimana 5


Google Books continua ad inquietare gli animi di non pochi addetti ai lavori e sempre per parlare di tecnologia noi intanto ci godiamo Babylon, il quale ha rafforzato i suoi servizi.

Serino parla degli “straordinari inediti” del fantastico mercato editoriale, mentre le librerie indipendenti sono martoriate dai colossi. C’è crisi, e si vede, anche nella Mondadori. Beato chi vive di frottole.

Ma tiriamoci su il morale, forza, la D’Addario ha consegnato le sue memorie…

Per venire a faccende più serie, Giunti Editore sostiene la ricerca sulle malattie genetiche di Telethon, si potrà fare una donazione nelle sue 144 librerie fino al 10 gennaio.

Se dal 20 al 22 novembre vi trovate a Caltanissetta, non perdete un interessante evento: mostra di facsimili di codici miniati in programma al Museo Archeologico.

Tricarico vuole diventare scrittore, Paolo Roversi ci è riuscito, Jon Fosse sarà a Roma sabato e domenica.

Spetteguless torna ogni settimana di mercoledì!
State in campana, qui ci scappa poco delle siure & Co.

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Eugenio Montale

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Su Tong, writer's block, eBook party...

Guardian
Man Asian literary prize goes to Chinese bestseller.

Galleycat
Agent Auctions Critiques of Partial Manuscripts.

Galleycat
How Hypnosis Can Beat Writer's Block.

Galleycat
Scenes from the eBook Summit Preview Party.

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Bilinguismo, Richard Rorty, Obama e gli ufo, omofobia

Palestra della scrittura
Bilinguismo: cosa cambia nel pensiero quando cambia la lingua.

La dimora del tempo sospeso
Philosophy and the Mirror of Nature – Richard Rorty.

Minima et Moralia
Obama e gli ufo.

Nazione Indiana
Un monito alle vittime dell’emergenza omofobia.

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17 novembre 2009

100 ottimi motivi per piantarla di scrivere - Lezione 6


In Italia sono pubblicati ogni anno circa 60.000 titoli, dei quali la grandissima maggioranza non andrà oltre le 50-100 copie vendute.
Inoltre, pochissimi scrittori riescono a ottenere più dell’8-10% sui diritti d’autore: a conti fatti, se un libro costasse 13 euro e la vostra percentuale fosse anche del 10%, il guadagno sarebbe di 1,3 euro a copia.

100 copie = 130 euro

Quindi, si deduce che la stragrande maggioranza degli scrittori percepirà, nei casi migliori, un centinaio di euro.
Mesi o anni di scrittura per pagare la carta dei manoscritti inviati alle case editrici, la bolletta dell’elettricità per il computer, ecc.

Siate realisti con voi stessi.

Ecco un altro ottimo motivo, piantatela di scrivere, se cercate soldi con la scrittura è probabile, molto probabile che ne perderete.
A venerdì.

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"Una primavera difficile" di Boris Pahor


Di Michele Ruele
 
Boris Pahor è un novantacinquenne dalla vitalità straordinaria. Se ha trovato la strada di accesso al vasto pubblico con Necropoli (Fazi 2008), ora conferma le sue qualità di testimone e di grande narratore con Qui è proibito parlare (Fazi 2009) e con il saggio-memoriale Tre volte no (Rizzoli 2009).

Tre volte no. Sloveno di Trieste, alza forte la voce quando sostiene il no al fascismo, no al nazismo, no al comunismo secondo Tito: no a chi ha oppresso gli sloveni, la lingua e la cultura dei popoli, la libertà degli individui.

Ma parleremo qui del romanzo Una primavera difficile, pubblicato da Zandonai editore (come Il petalo giallo 2007 e Il rogo nel porto 2008).
Radko Suban è ricoverato a causa della tubercolosi in un sanatorio nei pressi di Parigi. È l’immediato secondo dopoguerra, Radko è un sopravvissuto dai Lager nazisti. Nel sanatorio conosce l’infermiera Arlette Dubois, i due intrecciano una storia d’amore. L’amore è fatto di contrasti, in più in Radko ci sono un difficile ritorno alla vita e l’opposizione con il passato di prima della guerra, dal quale emerge il fantasma di Mija: i maglioni che Radko non ha voluto adoperare per scaldarsi nel freddo atroce, per non sporcarli; i biglietti di lei nascosti nelle cuciture di un cappotto andato perduto. Anche nel montaggio narrativo, alla felicità dell’amore che nasce fanno da controcanto il riaffiorare dei ricordi del Lager e il ricordo di Mija, le notizie da Trieste ferita aperta nel cuore dell’Europa, le lettere delle sorella Vidka, anche lei ammalata. Mentre Radko torna alla vita e all’amore, si risvegliano i fantasmi; per crescere bene si deve riconoscere le proprie radici nell’inferno:

«No, non erano soltanto fantasmi, non doveva chiamarli così, non voleva rinnegare quel mondo, solo perché ora non viveva in esso e andava a un appuntamento con la vita. Aveva però l’impressione che la morte, trascurata, si fosse nascosta nelle calde ombre della sera e se ne ammantasse: in quell’istante si sentiva solo, al pari di un uomo che, dopo essersi arricchito, rinnega la propria misera madre. Eppure non riteneva di avere un atteggiamento superbo nei confronti della morte, al contrario. Di colpo gli si presentò l’immagine di Mija e gli parve che, da lontano, fosse benevola, solidale, e gli sussurrasse attraverso le ombre degli ippocastani: “Alla distruzione ti sei avvicinato abbastanza, perciò ora non le sarà consentito ostacolare il tuo cammino”».

Radko è un uomo sensibile, ma è anche sarcastico, geloso, a tratti crudele, sprezzante, disperato, diviso fra Mija, la patria e il nuovo mondo promesso da Arlette. È un intellettuale che affida buona parte della sua esperienza e dei suoi pensieri ai libri, che si agita nei suoi astratti furori, che si deve misurare addirittura lucidamente con il senso di onnipotenza del pensiero che nasce dai sensi di colpa (legge e discute con i compagni di sanatorio Totem e tabù di Freud). Attraverso Radko la scrittura di Pahor si regge sull’evidenza di immagini e oggetti, su commenti sentenziosi. Frasi-sentenze che si imprimono nel lettore:

«Solo un sopravvissuto può passare le sue giornate 
meditando immagini e pensieri d’amore».

La storia si sviluppa fra il sanatorio-nido protettivo, il bosco e le case degli incontri con Arlette, la città di Parigi (una città-corpo, un viluppo di gente, di memoria collettiva e superamento dell’orrore, ognuno a modo proprio).
Radko si scontra con se stesso, con il senso di colpa di essere vivo – che assegna anche a Arlette: Arlette piange per la morte accidentale della gattina Minette e lui non può fare a meno di compararla con un gruppo di ragazze alsaziane, nel Lager, che sono andate alla morte senza una lacrima. Si scontra con il presagio incombente che il ritorno alla vita sia una disfatta.

Radko sente la necessità di mettere le mani nella realtà, come le si mette nella pasta per lavorarla. Troverà pace – se così si può dire – e l’amore potrà dispiegarsi armonizzandosi con la sua smania di indipendenza, quando capirà che non solo Arlette lo può salvare, ma che anche lui deve salvare lei: anche Arlette ha avuto una vita difficile, anche lei esce da un incubo.

Una primavera difficile è un grande romanzo. Scritto negli anni Cinquanta, è molto autobiografico: non tanto nei fatti quanto nel sentimento.
Che cosa succede quando finisce la guerra e si torna a quello che si era? Impossibile tornare allo stesso punto, si deve cambiare, e farlo dentro una tragedia.
Assomiglia a Addio alle armi, a Fiesta di Ernest Hemingway, ma anche alla Cognizione del dolore di Carlo Emilio Gadda, al Sergente nella neve di Mario Rigoni Stern, a cui lo accomunano il senso di solidarietà umana e il sentimento della natura. Il sanatorio, le discussioni, le vicende umane dell’ospedale riportano alla Montagna incantata di Thomas Mann. Non mi pare un accostamento azzardato, le vette sono quelle. Assomiglia anche a Diceria dell’untore di Gesualdo Bufalino, ma con meno soggettività e meno barocco.
Ma tornare dal Lager è diverso ancora che tornare dalla guerra. Assomiglia alla Tregua, di Primo Levi, a I sommersi e i salvati.

Durante le prime fasi dell’amore, Radko e Arlette si danno appuntamento, e Radko passa per il bosco, tormentato dal dissidio e – se si può dire – perfino dalle speranze. È l’occasione per sentire il senso della natura di questo romanzo, e il suo messaggio umanistico:

«Lungo la strada solitaria, un po’ in salita verso il fitto bosco di abeti, crescevano dei meli. Solo di tanto in tanto si udiva il cigolio di un carro, altrimenti nulla. Soltanto il silenzio del sole e dell’erba, e l’indifferente maturare dei frutti semiverdi. Fra l’erba l’inebriante raschiare delle cicale, instancabile e monotono, quasi esprimesse il perenne e impercettibile germogliare della terra, buona e immensa.
Forse è meglio che non ci sia, si disse. L’amicizia con la natura è essenzialmente diversa da quella che si instaurerebbe se lei fosse qui. Perché la natura, come tutte le madri, è gelosa; e si comporta in maniera del tutto diversa con il proprio figlio, se non è presente colei che si è impossessata del suo corpo di giovane maschio. Tanto più se questo figlio era destinato a morire ed è tornato miracolosamente a giacere nel suo grembo. Tutta la crescita delle viti e dei meli è per lui. Tutto il calore del terreno fertile è per le sue membra che hanno dormito con la morte scheletrica. Tutta la linfa degli steli entra in lui. Tutto lo zucchero scorre dai grappoli dorati e violetti nelle sue vene. In particolare, è tutto per lui l’infinito e incontaminato silenzio, dove poter raccogliere i propri pensieri infranti. E il sole. Il sole adesso è il meglio. È morbido e caldo. Caldo tutt’attorno e caldo su ogni singolo centimetro quadrato di pelle. E da ogni cellula evapora un freddo nascosto e insidioso. Da ogni citoplasma e da ogni nucleo fuoriesce l’alito del nulla. Sotto i raggi del sole nascono nuove unioni e trasformazioni, come la clorofilla nella fotosintesi. Il sole. Buono come il pane. Necessario come l’acqua. Bisogna inspirarlo, lentamente e profondamente, perché penetri ovunque e si diffonda in tutte le direzioni. Così. E così. L’uomo potrebbe vivere sempre con la natura, in modo saggio e ragionevole, certo, dovrebbe usare le proprie scoperte solo al fine di tramutare i deserti in oasi. A beneficio dell’uomo. Perché non ha senso avere il sole, se poi ti danno il crematorio. Non ha senso scoprire i sulfamidici, per poi dare alla gente Hiroshima. Nessun senso. Eppure ci hanno dato Goethe, Mozart, Beethoven, dopodichè hanno rilegato i libri con pelle umana e concimato i vasi di fiori con ceneri umane. La natura non fa queste cose. La natura non è così crudele verso l’uomo. Segue semplicemente le leggi che la guidano. E tuttavia l’uomo è diventato tale solo nel momento in cui si è separato con il pensiero dalla natura, anche se non ha smesso – né smetterà mai – di esserne parte. Perciò deve mostrarsi solidale con tutti gli esseri che, come lui, si sono innalzati al di sopra della natura e hanno cominciato a costruire il loro mondo su di essa e accanto a essa. Per lui questa è legge. La prima legge. La legge di tutte le leggi. Nessuno ha il diritto di alzare la mano su un altro uomo. Nessuna scusa può giustificare un tale peccato, né la coscienza della propria forza e singolarità, né il benessere della maggioranza, né la preparazione di un bel futuro. Non è possibile tenere in considerazione la comunità e uccidere il singolo. Non è possibile. Bisogna rispettare l’uomo. A ogni costo. Ecco. Questa è l’unica legge. L’alfa e l’omega di tutto».

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Lolita a Teheran, Sherazade a Voghera


Di Giovanni Ragonesi

Uno dei passatempi preferiti della signora D. S. è andare a correre a Parco Sempione; sulla via del crepuscolo, accompagnata con discrezione dalle sue bodyguards e a volte da qualche amica, come lei poco truccata per l’occasione.
Nobile attività lo jogging crepuscolare, su questo non si discute; meno nobile, ma tutt’altro che disdicevole, la frequentazione di salotti con corredo di starlette e soubrette e qualche esuberante, ma innocuo, gay da grande fratello. Purtuttavia ci troviamo ad osservare come sarebbe stato più proficuo, sia in termini di umanità sia in termini di intelligenza, se un po’ di tempo fosse stato speso nella lettura di qualche testo che l’avrebbe di certo aiutata a comprendere maggiormente proprio l’argomento che da qualche anno occupa buona parte delle sue fuoriuscite, delle sue prese di posizione e delle sue pubblicazioni.
In ispecial modo sarebbe stato utile vedere che effetti avrebbe prodotto la lettura di “Orientalismo” del compianto ma indimenticato Edward Said. In questo testo lo studioso palestinese smaschera/smonta quei meccanismi mentali, linguistici e soprattutto storici che perpetuano una serie di stereotipi che rendono del tutto falsa, o quantomeno solo in parte autentica, la nostra percezione dell’Oriente, vicino, medio ed estremo.

Di certo, senza buttarla troppo sull’intellettuale, per continuare a vivere su questo piccolo pianeta è indispensabile smetterla di guardare con occhi manichei qualsiasi alterità; smettere di dividere lo scindibile in bianco e nero e distinguere sempre soltanto tra “Io Tarzan, tu Jane”.

L’alterità ci esplode dentro, ci germina accanto. E queste esplosioni e germinazioni si stanno manifestando anche nella narrativa, in maniera sempre più inequivocabile: è di quest’anno il primo caso editoriale nostrano di un autore di origine straniera che scrive in italiano e diventa bestseller. Nicolai Lilin con “Educazione siberiana”.
Nel suo romanzo autobiografico Lilin ci ha raccontato la sua crescita, il paese dov’è nato (la Transinistria, territorio ex sovietico oggi formalmente moldavo), la sua appartenenza alle tradizioni culturali Urka. Lo ha fatto in una lingua interessante che da subito – da ancora inedita – ha incuriosito Goffredo Fofi. Soprattutto ha scritto con onestà di un mondo che ci è sconosciuto e lontano quasi quanto le lune di Giove.
Dopo il suo successo s’è letto qualche articolo qua e là che parlava del fenomeno della nuova narrativa italiana di autori immigrati. Il fenomeno è meno nuovo di quel che sembra, già da un po’ qualcuno lo propone sebbene senza battere troppo sul tamburo: ad esempio nel 2006 quando Lakhous Amara ci ha intrigato, attraverso e/o, col suo “Scontro di civiltà per un ascensore a Piazza Vittorio”; mentre i primi avvistamenti risalgono al 1991, anno di pubblicazione di “Chiamatemi Alì” di Mohamed Bouchane, “Il venditore di Elefanti” di Pap Khouma e “Immigrato” di Salam Methnani.

Ovvio che rispetto ad altre letterature scontiamo un ritardo culturale e sociale e, non in second’ordine, una diversità sostanziale nella storia coloniale. Ovvio che stiamo ancora aspettando i nostri figli della mezzanotte che coi denti bianchi scorazzano tra brick lane alla ricerca di un buddha periferico, ma è importante notare come le acque siano in sommovimento. Le proposte editoriali (quasi sempre piccole o piccolissime) aumentano: abbiamo, non soltanto l’oramai indiscusso Carmine Abate e la celebre Helga Schneider, ma anche Ornella Vorpsi, Dekhis Amor, Cristina Ali Farah, Viola Chandra, Gabriella Ghermanti, Ron Kubati e molti altri che lasciano le spinte autobiografiche, le denunce di pregiudizi razziali o le attitudini alla testimonianza per avventurarsi sempre con più gusto in territori squisitamente narrativi come quelli di Igiaba Scego nel suo “Oltre Babilonia” e di sperimentazioni linguistiche come quelle di Tahar Lamri e di Yousif Jaralla; abbiamo un sito www.letterranza.org; soprattutto abbiamo bisogno di leggere e conoscere e sperimentare queste alterità, queste alternative, questi sguardi trasversali che segnano un ritorno alla narrazione archetipica che arricchisce il vissuto di ciascun lettore.

Non c’è ancora – lo ripetiamo – tra questi autori un Tahar Ben Jalloun, un Rachid O, un Zaimoglu Feridun, tantomeno un Salman Rushdie, una Jhumpa Lahiri o una Zadie Smith, una Monica Ali o un Hanif Kureishi, ciò però non toglie valore a queste proposte di narrativa che ci danno la possibilità se non altro di conoscere delle storie, di vedere certi paesi e alcuni vicini di casa oltre l’immagine da copertina di rotocalco con navi straripanti profughi o CPT in subbuglio, di conoscere altri approcci alla sessualità e al cibo e alla famiglia, altre visioni del sacro, altre percezioni del tempo e considerazioni della natura, altri suoni di tacchi sull’asfalto. L’opportunità di modificare il nostro senso di Cultura, dove per Cultura s’intende, alla maniera di Ortega y Gasset, “Ciò che un uomo ancora possiede quando ha dimenticato tutto ciò che ha letto.”
In altre parole: la possibilità di immaginare e leggere non solo Lolita a Teheran ma anche Sherazade a Voghera.

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Giulio Mozzi



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EBook and the French reader, a book review, memoirs...

Galleycat
TheNervousBreakdown.com

Maitresse
The eBook and the French reader.

The Washington Post
Blame to spare on a book review.

Salon
How memoirs took over the literary world.

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Perkins, Fratelli d'Italia, primum vivere, Berlusconi Cucchi Cristo

Liblog
Confessioni di un sicario dell'economia, Perkins.

Nazione Indiana
Memoria del presente.

Giorgio Fontana
Primum vivere.

Marco Mancassola
L'anno del corpo. Berlusconi Cucchi Cristo.

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16 novembre 2009

Writer runner: ebook e futuro, tecnologia e case editrici


Di Simone Marzini

Gli e-book apriranno un futuro per l’editoria o l’unica cosa ad aprirsi sarà sempre il nostro portafoglio?

"Ho visto cose che voi umani non potete neanche immaginare: intere biblioteche dentro una lastra di due centimetri di spessore, microchip sottocutanei per telefonare, carta igienica autopulente..."

No, non siamo nel mondo di Blade Runner, volevo solo fare delle considerazioni sull'editoria digitale. Ho provato a immaginare la rivoluzione che comporterà la diffusione degli ebook.

Vedo già folle di persone storcere il naso: a me il libro piace annusarlo - diranno.
E hanno ragione, anche a me piace farlo! Quindi lancio un messaggio ai produttori di ebook: mettete dei nebulizzatori di odore alla fragranza carta e colla nei vostri lettori, così aumenterete le vendite!
Ma a me i libri piace tenerli in mano, collezionarli - diranno poi.
Tralasciando il problema di spazio, piace a tutti. Come a tutti piaceva collezionare i dischi in vinile. Quindi l'ipod non esiste nel nostro universo?
Guardiamo la realtà. Ormai è strano vedere qualcuno che non ha un paio di cuffie nelle orecchie.
Io confido che, come l'ipod ha aumentato il "consumo" di musica, l'ebook aumenti quello della lettura. Con notevoli vantaggi per l'ambiente, per il portafogli e anche per la comodità. In una lastra di plastica, vetro, metallo e silicio c’è spazio per una biblioteca intera a cui potete accedere facilmente in ogni momento. Non so se avete visto la nuova tecnologia e-ink, ma è geniale. E' comoda, non stanca gli occhi, si legge meglio di molti libri stampati male. Non è un arrivo, ma come inizio infonde speranze concrete. Cosa cambierà la diffusione degli ebook per il giovane scrittore esordiente? Tutto. In meglio? Credo di sì, si apriranno delle opportunità incredibili sia per chi scrive che per chi legge. L’abbattimento dei costi fissi permetterà un aumento dell’offerta, e forse finalmente vedremo la fine dell’editoria a pagamento? Lo spero proprio. Logicamente, come una televisione che ha migliaia di canali, alcuni li guardano in 3 e altri in 8 milioni, lo stesso sarà per l’editoria. Ma già il fatto che ci siano 1000 canali è una cosa positiva, no?

Chi ne teme di più l’avvento? Chi sta in mezzo, che produce e distribuisce, molte realtà rischieranno di sparire per sempre. In rete questo argomento rimbalza fra moltissimi blog, alcuni sono citati anche in questo alla voce “Esimi contributi”, e danno interessanti visioni su come cambierà il mondo dell'editoria. Leggeteli, vi potranno dare opinioni più autorevoli e sicuramente più realistiche della mia, perché sono date da persone che vivono dentro al sistema libro.

Chiudete gli occhi e provate a immaginare come sarà il futuro, che forma avrà il libro fra 5 o 10 anni. Cosa prevedo io? Prevedo che si arriverà a un punto in cui i lettori di ebook verranno dati gratis ai clienti, in affitto, con un canone di affitto mensile che permette di accedere a dei contenuti e dei servizi. Come con l'iphone, sì. Gestori telefonici che diventano editori? Potrebbe anche essere: hanno la copertura con una rete di comunicazione, un portafoglio clienti superiore a quello di ogni catena libraria o casa editrice, di cui conoscono i dati personali, le potenzialità di spesa, gli interessi.

Prevedo anche un aumento vertiginoso dell’uso delle k, e questo forse è il lato più oscuro dell'evoluzione. Non si preoccupino i collezionisti: esisteranno ancora i libri come una volta. Solo saranno più belli, realizzati meglio, perché non saranno più da leggere, ma da collezionare.

Ma il vero freno, la vera paura delle lobby, qual è? La pirateria, ovviamente. Pirateria che le società (vedi altre industrie di contenuti) peraltro incentivano con prezzi esageratamente pompati.
Vediamo da questa tabella presa in prestito dall'interessantissimo blog baionette librarie che rilancia una pagina di un libro di Giorgio Maremmi, L'agenda dello scrittore che cercherò di recuperare quanto prima:

Lo Strano Caso del Romanzo a 16 Euro e del Signor Passivo

Giorgio Maremmi ci propone il seguente esempio, molto deprimente, di come si possa ottenere un ghiotto passivo da un libro.

TIRATURA COPIE N°              1000   2000   3000    4000   5000    6000
1. Costi di Produzione (in euro)    8,00   6,00    4,25     3,50    3,25      3,00
2. Distributori (30%)                    4,80   4,80    4,80     4,80    4,80      4,80
3. Librai (30%)                            4,80   4,80    4,80     4,80    4,80      4,80
4. Quattro
5. Diritti d'autore (10%)               1,60   1,60     1,60    1,60    1,60      1,60
6. Costo totale a copia                 19,20 17,20  15,45   14,70  14,45    14,20
7. Prezzo di copertina                  16,00 16,00   16,00  16,00  16,00    16,00

8. Perdita dell'editore a copia       3,20   1,20
9. Guadagno dell'editore a copia                         0,55     1,30   1,55       1,80


Ora quindi per un e-book possiamo tranquillamente stornare: i costi di produzione (lo impaginerà uno stagista pagato 400 euro al mese, probabilmente), la distribuzione (le librerie online sono già una realtà), i costi di gestione (anticipo del capitale per la stampa, spese di magazzino per lo stock, interessi bancari, ecc.), i librai. Facendo due conti, e mantenendo pure i guadagni dei librai ma ridimensionati per il discorso della riduzione delle spese (di affitto, di magazzino ecc.) otteniamo: diritti d'autore + guadagno editore + libreria virtuale 1,60+1,80+2,40= 5,80 euro. Ed è un conto fatto arrotondando per eccesso, non per difetto.
Sempre ragionando con le ripartizioni attuali del mercato, anche se sicuramente gli equilibri in gioco cambieranno, stabiliamo che un prezzo di mercato per un e-book potrebbe essere intorno ai 5 euro. A mio modo di vedere è sempre troppo alto, se vogliamo che la diffusione raggiunga livelli elevati e che la pirateria venga annientata. Facciamo un esempio: siete un vorace lettore e decidete di acquistare 5 libri al mese. Sono, ben che vada, 25 euro al mese, 300 euro l’anno. Se poteste averli gratis, senza correre particolari rischi, alzi la mano chi di voi non lo farebbe.

Ma se un libro vi costasse 99 centesimi, ma chi ve lo farebbe fare di rompervi le balle a scaricare, eliminare drm, ecc.? Nessuno. E moltiplicando il tutto per un maggior numero di acquirenti, gli utili sarebbero inferiori? Non credo, stiamo vedendo una diminuzione elevata dei prezzi della tecnologia, da quando la produzione e la concorrenza è aumentata, nonostante le materie prime crescano di prezzo. Ho comprato un notebook con 399 euro e un cellulare con 79 euro, tre o quattro anni fa avrei speso cinque volte tanto. Perché non può essere lo stesso con i libri? Con la spesa di un libro nel 2009 mi aspetto di comprarne almeno 5 nel 2012. E’ un’utopia?

In Italia al momento siamo indietro come la coda dell’asino, come si dice dalle mie parti. L’unico editore che pubblica ebook in Italia che conosco è Bruno editore, che mi riempie quotidianamente la cartella spam della posta elettronica. Ora, guardando i prezzi sul loro sito, variano dai 24 ai 40 euro circa. Posso abbassare le mani? E' finita la rapina?
Andiamo a vedere oltreoceano, su kindle. Il prezzo medio è di 10-12 dollari, col cambio attuale verremmo a pagarlo 7-8 euro circa, prezzo che non si discosta di molto dai calcoli fatti, se non fosse che amazon è sia editore che libraio che distributore, manca solo che si scriva anche i libri, aggiungerei, magari con un sistema automatico di generazione romanzi.

E voi scrittori esordienti, vi rendete conto delle possibilità? Quella che mi viene in mente, quella che trovo più onesta, corretta, è far circolare le vostre opere liberamente, con licenza creative commons. Nulla vieta poi di chiedere una donazione: ehi, se il mio libro ti è piaciuto, dammi un euro, che almeno mi pago il caffè. Credo che trovereste persone che ve lo danno, quell’euro. E se non ve lo dà nessuno beh, consolatevi, nel millennio scorso probabilmente avreste pagato per pubblicare.

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I racconti popolari nell'Odissea


Di Adriana Pedicini

Le avventure tipiche del racconto classico aiutano a riconoscere gli archetipi di molta letteratura per l'infanzia prodotta attraverso i secoli, fatta di orchi e streghe, maghe e giganti, di azioni sovrumane e misteriose.
Omero, ci ha lasciato nell’Odissea un patrimonio inesauribile di creatività. Il tema é il peregrinare del protagonista, Odisseo o Ulisse, fino all’arrivo nella sua Itaca. All’inizio del IX libro Ulisse dà il via alla narrazione delle disavventure in cui si è imbattuto prima di arrivare alla terra dei Feaci, l’ultima tappa che lo separa da Itaca. Parecchi nomi comparsi per la prima volta nel racconto omerico sono rimasti nella memoria poiché è con essi che siamo introdotti nel mondo magico del racconto folklorico (Denis Page) tra giganti, mostri, maghi e belle semidee.
Cominciamo con lo strano episodio dei Lotofagi.

Odisseo e compagni salpano dalle coste della Tracia. La loro rotta corre lungo la costa orientale del Peloponneso, doppia i promontori a sud e risale la costa occidentale in direzione di Itaca. Qui molto poco si dice dei Lotofagi. Mangiano loto, non hanno intenzioni ostili, offrono loto da mangiare e chi ne ha mangiato prova l’irresistibile desiderio di rimanere insieme a loro per sempre. Molto scarno il racconto e per il resto dei tempi nessuno ne ha mai saputo niente di più; per secoli i geografi hanno tentato di localizzare la loro terra e i botanici hanno discusso sul genere di loto di cui essi si cibavano. Abbiamo una citazione di Erodoto a tal riguardo ma non esplicativa di chi siano veramente i Lotofagi: “Vi è un promontorio che si protende verso il mare: esso è abitato dai Lotofagi che vivono cibandosi di nient’altro che del frutto del loto. Il frutto del loto è della grandezza di una bacca di lentischio e somiglia come dolcezza al dattero. I Lotofagi ricavano da esso anche il vino”. Probabilmente dunque i mangiatori di Loto di Omero non hanno la loro dimora nel mondo della realtà. Appartengono al mondo della fantasia quanto Polifemo o Circe. Anche i Lestrigoni, come i mangiatori di loto, sono avvolti dalla nebbia della fantasia. Leggiamo in Tucidide: ”Si narra che i più antichi abitanti di una parte del paese (Sicilia) fossero i Ciclopi e i Lestrigoni. Io personalmente non so di che razza fossero, donde venissero, né dove andassero”. Possediamo una testimonianza di Esiodo che di loro disse che abitarono dalle parti del monte Etna; altri più tardi sostennero che essi provenivano dalla Campania, dalla regione intorno a Formia e Caieta. Tuttavia essi sono rappresentati da Omero come esseri giganteschi, di fattezze umane, antropofagi come i Ciclopi e, come il Ciclope Polifemo, danno la caccia all’eroe e attaccano le sue navi scagliando grandi massi da alte rupi.

Solo ottanta versi dividono l’episodio dei Lestrigoni da quello di Polifemo: tra essi compaiono grosse analogie. Si tratta in entrambi i casi di variazioni sul tema del gigante antropofago.
Il Ciclope viene descritto nell’atto di svolgere le sue attività giornaliere: mungere le pecore, cagliare il latte, deporlo negli appositi cesti, accendere il fuoco. Accortosi della presenza degli stranieri li investe con domande volte ad appurare la loro provenienza e identità in modo brutale, ferino, tale da ingenerare paura nei poveri malcapitati forse per la diversità che egli rappresenta di fronte alla parola sapiente e accorta di Odisseo, dalla quale non viene minimamente ammansito. È di diverso livello, non conosce le regole dell’ospitalità e dei valori legati alla civiltà. Rimarrà vittima della sua incapacità di relazionarsi nel modo dovuto con gli umani, del timore delle divinità: cadrà alla fine nel tranello tesogli da Odisseo, sarà accecato urlando di dolore contro quel “Nessuno” che, da quanto ha appreso, rivela l’identità del responsabile e che invece tranquillizza i suoi compagni per il fatto che “Nessuno lo uccide”.

Soltanto una nave riesce a sfuggire ai Lestrigoni conducendo Odisseo e quarantacinque compagni all’isola di Eèa, dimora di Circe. Avvistato del fumo che sale da una casa, Odisseo manda la metà dei suoi compagni in esplorazione. Sotto la guida di Euriloco essi giungono al palazzo di Circe situato nella radura di una foresta. Intorno, esseri umani trasformati in leoni e lupi, vittime delle droghe di Circe. Essi non attaccano gli uomini, ma si drizzano e muovono le lunghe code come cani che fanno festa al padrone che torna dal banchetto. Circe siede dentro la casa e tesse al telaio. Gli uomini la sentono e la chiamano fuori. Ella apre la porta e li invita ad entrare. Tutti accettano l’invito, tranne Euriloco, La maga, dopo averli rifocillati aggiungendo al cibo veleno, li tocca con la bacchetta trasformandoli in porci , ma con mente umana. Odisseo va quindi alla ricerca dei suoi compagni e giunto da Circe non rimane ammaliato dai suoi veleni solo mangiando una misteriosa pianta donatagli appositamente da Ermes. Tuttavia accetta di sottostare, dietro solenne giuramento, alle richieste della dea per avere indietro i suoi compagni. I quali ritornano alle sembianze umane, addirittura più belli di prima, mentre Circe è diventata la più gentili delle ospiti.
Mentre Circe e i Lestrigoni appartengono al mondo del folklore, i racconti di Eolo e delle vacche del Sole provengono dalla vita vissuta, riferendosi essi al tentativo di tutti gli uomini di domare le forze della natura e all’abitudine di considerare sacri alcuni animali.

Odisseo, sfuggito a Polifemo sbarcò sull’isola di Eolo, un’isola galleggiante sulla superficie del mare sulla quale, in grande palazzo, viveva Eolo con la moglie e sei figli e altrettante figlie. Egli intrattenne ospitalmente Odisseo e lo aiutò nel momento della partenza verso Itaca.
In seguito, sfuggito a Scilla e Cariddi s’inoltra in un’isola chiamata Trinacria abitata solo dalle vacche sacre e dalle greggi del Sole. Queste vacche erano immortali ed Odisseo e i compagni erano stati avvisati da Circe di non recar loro danno. Ma costretti a rimanere sull’isola, i compagni di Odisseo ardiscono compiere l’empietà spinti dalla fame e convinti da Euriloco.
Ancora l’episodio di Scilla e Cariddi e quello delle Sirene raccontano delle strane peripezie di Odisseo con un misto di elementi fantastici e reali, che mentre incuriosiscono per la straordinarietà dell’avventura accendendo la fantasia del lettore/uditore, primo passo per la creatività, inducono a documentarsi sui luoghi celebrati dal mito e, perché no, anche a visitarli per vivere le suggestioni del racconto omerico.

Il fascino della poesia omerica persiste ancora oggi e molti poeti del ‘900 affondano, con esiti diversi, le loro radici nell’humus omerico (Cardarelli, Pavese, Caproni, Bertolucci, Montale) verso il quale tendono, attratti da suggestioni varie, non ultima quella del suo tono, così immediatamente parlato, per quella “serena e smemorata aura di racconto”.

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Giorgio Vasta

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Zadie Smith, Truman Capote, Sarajevo, threat...

Guardian
Changing My Mind: Occasional Essays by Zadie Smith.

The New Yorker
The exercise.

Guardian
In Cold Blood, half a century on.

Swans
In The Cellist Of Sarajevo Is Fiction A License To Lie?

Dw-world
Writing under the threat of censorship, imprisonment and death.

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Donne e uomini, Jack Kerouac, Aldo Contini, Gabriele D'Annunzio...

Books Blog
Fatti matti 2010.

Lipperatura
L'altra faccia della medaglia.

Minima et Moralia
A colloquio con Jack Kerouac.

Nazione Indiana
L’oro vero. Ritratto dell’artista da vecchio.

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14 novembre 2009

La classifica dei libri più venduti in Italia, dal 26 ottobre all'1 novembre


Di Alessandro Puglisi

Le classifiche di vendita: quanto influiscono sul mercato editoriale? Perché finiamo per trovarci davanti quasi sempre gli stessi nomi e cognomi?

Non sembra inutile provare ad esaminare, seppur brevemente, nella speranza che i nomi che saranno fatti riescano a parlare più delle considerazioni in calce, le prime venti posizioni appartenenti alla più recente classifica di vendita dei libri nel nostro paese, in riferimento al periodo compreso tra il 26 ottobre e il 1 novembre (i dati sono tratti da iBuk, e in particolare dal servizio che fornisce le classifiche settimanali di vendite, in relazione al circuito Arianna). Dunque “procediamo”.

In deroga allo stile da “supertelegattone”, il nostro esame prende le mosse dal leader della graduatoria. In prima posizione, infatti, troviamo l’ormai “best-seller man” Dan Brown, con la sua ultima fatica, Il simbolo perduto, edito da Mondadori. Seconda piazza per la “lettera” (sigh, concedetemelo) di Dionigi Tettamanzi, intitolata Ho anch’io qualcosa da dirti Signore. Ottimo ingresso al terzo posto per Niccolò Ammaniti e Che la festa cominci, mentre Andrea Camilleri con La rizzagliata, tiene botta, forse non ai livelli di molte sue opere precedenti, ma pur sempre con un ritmo invidiabile. Il buon Stefano Benni (Pane e tempesta, edito da Feltrinelli) conquista la quinta piazza, precedendo Il tempo invecchia in fretta, ultima raccolta di Antonio Tabucchi. Settimo e ottavo posto rispettivamente per l’immarcescibile e grafomane Stephen King, con The dome, frutto di un progetto risalente ad alcuni anni fa e “finalmente” dato alle stampe, e Il vincitore è solo, del quasi altrettanto prolifico Paulo Coelho. Alla nona piazza troviamo l’immancabile (nostro malgrado) oroscopo 2010, di Paolo Fox, mentre chiude la top ten il romanzo “rivelazione” di Patrick Dennis, Zia Mame, uscito per i tipi di Adelphi.

All’undicesimo posto, l’ultimo lavoro di Cormac McCarthy edito in Italia, Suttree, seguito da Il museo dell’innocenza del premio Nobel per la Letteratura 2006 Orhan Pamuk. Tredicesima posizione per l’albo, in edizione Mondadori, Il compleanno di Asterix e Obelix, mentre la quattordicesima piazza è occupata dal giallo-thriller La porta chiusa, di Anne Holt. Seguono una veterana delle classifiche di vendita, Susanna Tamaro, con Il grande albero e Carlos Ruiz Zafón e il suo L’ombra del vento, del 2001, caso letterario ormai conclamato a livello internazionale. Si attesta alla posizione numero diciassette Venuto al mondo, di Margaret Mazzantini, insignito del Premio Campiello 2009 (l’eco della vittoria del premio letterario, evidentemente, risuona ancora a distanza di tempo). Ultime tre posizioni da prendere in esame: Sant’Ambrogio e l’invenzione di Milano, di Dario Fo, omaggio alla figura e alla vita del patrono della città meneghina, alla posizione numero diciotto. Diciannovesimo (ma, secondo chi scrive, con ottime possibilità di risalire nelle prossime settimane) La regina dei castelli di carta, dalla trilogia del prematuramente scomparso Stieg Larsson. Ventesimo, e ultimo della nostra rassegna, È facile smettere di fumare se sai come farlo, di Allen Carr.

Come è facile riscontrare, per incontrare un nominativo meno “popolare” bisogna scendere giù giù, a capofitto, fino alla decima posizione. Qualche altra considerazione sparsa: in vetta, Brown sembra beneficiare e dell’hype creato ad hoc attorno ad ogni sua creatura letteraria (neanche a dirlo), e del “ritorno di immagine” dato dalla recente sortita cinematografica di Angeli e demoni. D’altro canto, per il resto niente di nuovo sotto il sole; da Ammaniti a Camilleri, da Benni a King, da Coelho fino alla Mazzantini, i “soliti noti” del mercato editoriale italiano. Questo è quanto.

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"Case altrui" di Hilary Belle Walker


Di Claudia Verardi

Mi capita di pensare alle case degli altri. Di immaginare come sono fatte dentro, di fantasticare sul mobilio e su chi ci abita. Mi piace vedere le persone affacciate alla finestra, o sul balcone mentre innaffiano le piante, e anche le strade sotto, talvolta gonfie di gente.
E così, per la prima volta, mi sono fatta incuriosire dal titolo di un libro: Case altrui, di Hilary Belle Walker. Aggiungo che uno dei miei film preferiti è La finestra sul cortile di Alfred Hitchcock e il passaggio “morettiano” che prediligo è quello del primo episodio di Caro Diario, In Vespa, in cui il protagonista si aggira per Roma considerando le case che incontra sul suo tragitto. Detta così, questa passione potrebbe assomigliare a un interesse morboso, invece la mia attrazione per le case degli altri è di tipo fantastico, è un’immaginazione onirica più che una curiosità fine a se stessa. Sono convinta che dalle vite altrui – e quindi dalle case – si possa, qualche volta, capire meglio anche la propria esistenza.

Leggendolo, però, ho scoperto che il libro d’esordio della Walker non sbircia esattamente dentro le case, ma preferisce indagare sulle realtà delle persone che ruotano intorno al personaggio principale. L’autrice, una stravagante americana che risiede da nove anni a Milano, ha scritto un libro strutturato in racconti, dieci per l’esattezza, che ne fanno un vero e proprio romanzo, oltre che un’opera quasi autobiografica. La protagonista delle storie si chiama Hilary come l’autrice e, come lei, è bionda, giovane e statunitense trapiantata nel Belpaese. Hilary si accorge che guarda Milano con occhi incantati, come se la città fosse avvolta da un’intensa luce gialla, e si avvicina piano allo stile di vita italiano attraverso l’osservazione di persone che vivono nei vari angoli della città. Quando trova lavoro come commessa in una libreria arrivano le prime difficoltà, non ultimo qualche piccolo problema economico. Ma Hilary riesce a cavarsela con l’aiuto e la sensibilità delle persone che incontra: Jacopo, il collega che l’aiuta ad apprendere la lingua; Silvia, l’amica del cuore con la quale condividere “pezzi” di esistenza; la dottoressa, che le offre sedute gratuite di psicoanalisi; l’innamorato, che lei chiama “il Giovane” e Bart, il cane, che diventerà il fedele compagno di tante situazioni più o meno complicate.

Chissà perché Hilary vuole perdersi in quelle vite e nelle loro case? Magari perché è un modo per trovare il conforto e il calore che le mancano da un po’ di tempo. Chissà.
Case altrui traccia una storia di cuore ed emozioni, ma anche di speranze, come quella che nutre la protagonista, che sogna di veder pubblicato il suo primo libro e si rende conto che deve smettere di pensarci e passare a scriverlo sul serio, perché ciò si avveri.
È un libro che offre spunti stimolanti, anche se si tratta di un lavoro senza troppe pretese: la narrazione procede senza intoppi tra storie di difficoltà legate al momento di crisi (Hilary si troverà in quella che definisce “Nouvelle povertà”, un momento difficile che riuscirà a superare solo grazie all’aiuto degli amici) e una Milano descritta vividamente, con le sue strade, le case, i mercatini dell’usato, corso Magenta, i Navigli. E, ancora, si procede tra l’interesse linguistico della protagonista (di lingua inglese) per l’italico idioma - che ci fa apprezzare ancora di più la nostra lingua - al desiderio di una casa, di affetti, di interiorità. La casa, degli altri o nostra, è sempre il luogo prediletto, soprattutto se siamo riusciti a trovare il nostro posto nel mondo.

Case altrui, un libro a metà tra un manuale di sopravvivenza urbana e un arguto divertissement sospeso tra Alice Munro e Candace Bushnell, a momenti intimista, a momenti sdolcinato, dal tratto stilistico, tutto sommato, brioso e naturale. Una curiosità: in una recente intervista l’autrice ha definito la sua scrittura colorata di fucsia acceso e verde muschio, come le pareti di casa sua. Potremmo definire il libro come un racconto di frammenti di vita in cui, anche se per gioco, ci si può fingere un’altra persona e sognare di abitare in case bellissime. La casa, luogo materiale dei corpi, può diventare anche luogo dell’anima. Ed è proprio questo il bello.

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Stefano Benni

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China and Obama, Borders, Wu Ming...

Fool
Is Borders the Next Circuit City?

The New Yorker
Why Obama Should Skip the Great Wall.

Io9
Are Our Novels Being Haunted By The Housing Bust?

Le Figaro
Quel est le roman français de la décennie?

Guardian
A life in writing: Wu Ming.

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Sofferenza e vita, Viareggio, il saggio e lo stolto

Giuseppe Genna
Sofferenza, vita.

Carmilla
Viareggio.

Lipperatura
Il dito e la luna.

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13 novembre 2009

La paura di un terremoto - cronaca di vita reale


Di Roberto Orsetti

Mi vergogno un poco, a lamentarmi...
Mi vergogno perché penso a chi ha perso gli affetti, la casa, la vita di tutti i giorni nei terremoti precedenti.
Io non sono "terremotato". Non ancora. Né mai, spero, lo diventerò.
Da quindici giorni vivo in una condizione che potevo solo immaginare, dalle parole degli abruzzesi che hanno vissuto questa situazione. Quella che è fatta di scosse, piccole e grandi, vere e false, sentite e immaginate.
Da quindici giorni le mie abitudini sono saltate. Non conosco quella che era la mia quotidianità.
Il mio vicino dorme in macchina, una utilitaria. Si mette sui sedili posteriori e si considera fortunato perché non è molto alto. E le sue occhiaie si accentuano dopo ogni nottata.
Adesso io ho convinto mia moglie.
No, non ad andar via. A preparare il borsone con un cambio di indumenti per ognuno di noi, un sacco a pelo, le coperte. E adesso giro con uno zaino di Dragon Ball con tutto quello che non vorrei lasciar sotto. Documenti, medicine che devo prender tutti i giorni, caricabatterie, due cellulari che non uso ma che ricarico regolarmente, una confezione di pile nuova, due candele.
Il giorno è quasi normale. La notte no, non lo è più.
Appena comincia a far scuro, sento che la mia pressione fa quel che vuole. Mi sono imposto di mantenere la calma, ostentarla ai limiti del possibile. Così organizzo la notte. Tranquillizzo i ragazzi. Poi rimango solo.
La notte è lunghissima. Le orecchie cercano di captare rumori, amplificano anche i segnali inutili.
Se potessi me ne andrei. Ma non lo posso dire a nessuno.
Sto sul materasso, cerco di non pensare al peggio. Ripasso quello che dovrei fare in caso di emergenza.
Mi convinco che non dovrei farmi condizionare, che sarebbe la fine se ci facessimo condizionare. Che vita sarebbe?
Ma non sapere cosa e quando potrebbe succedere mi sta addosso. Non so come reagiremo per davvero, come reagiranno le strutture, la casa, il garage, la casa di fronte, i miei ragazzi, il mio cane.
Mi rendo conto che penso solo alla notte come teatro della tragedia, mai al giorno. Mi dico che se fossi preparato alla notte, il giorno non mi potrebbe spaventare.

18 giorni dal primo allarme. Anche stanotte alle 5 è arrivata. Un colpo secco, qualche vetro che si muove, un sussulto. Stanotte non mi sono mosso. Non ho fatto in tempo. Tra il colpo e la reazione c'è stato l'evento. Ne siamo usciti indenni, vista il grado di magnitudo. Ma adesso la preoccupazione si sposta sui tempi di reazione, che erano stati bassi nei primi quindici giorni, e sono stati da bradipo stanotte. Il fisico ormai si regge sui nervi, ma non credo basti.
E ho pensato che mentre mia moglie faceva volontariato alla protezione civile nella notte fredda di questo posto che ho scelto per vivere, io non mi proteggevo e non proteggevo i miei figli. Almeno non abbastanza. Così devo pensare a come superare questa scarsa reattività.

20 giorni dal primo allarme. Leggo di terremoti, di prevedibilità, di studi statistici. Ho scoperto che il nostro territorio, per come è strutturato il sottosuolo, può evidenziare al massimo un sisma di settimo grado. Mi sento più tranquillo. Crollerebbe quasi tutto, ma non tutto....
Scherziamo, la sera, sul domani... Per stemperare la paura che oramai è in tutti noi. Molti clienti sanno che io ho il pc in negozio. Quando passano si informano sulle scosse che vengono evidenziate dai vari siti, commentano, sospirano, e se ne vanno a capo chino. Non ci sono consolazioni, neanche le visite di Giuliani o dei vari studiosi possono tranquillizzare.
Ho smesso di scrivere il "Romanzo in 100 giorni". Ci metterò un poco di più, magari. Magari lo finisco il prossimo anno. Ero già avanti, griglia, cerchio, collegamenti, personaggi, ma ho notato che in questi ultimi venti giorni nel racconto non succede nulla. E per una avventura non è edificante.

Cerco di leggere, almeno. Ma molte cose non mi attirano più.
Quando lascio i miei ragazzi davanti alla scuola penso che dovrei rimanere li davanti, ad aspettarli.

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100 ottimi motivi per piantarla di scrivere - Lezione 5


A distanze considerevoli dall’Italia, in Brasile o in Indonesia o in Cina, il ritmo della deforestazione quotidiana raggiunge cifre impressionanti. In alcune zone del pianeta si distruggono intere aree di foresta per riconvertire la vegetazione in piante di acacia per esempio, dalle quali le industrie della carta ricavano la cellulosa, fondamentale per produrre i fogli su cui si scrive ogni giorno.
I danni ambientali sono evidenti: dall’estinzione di certe specie animali all’inquinamento, dall’effetto serra alla desertificazione.

Molti vivono come se le risorse naturali fossero infinite e sempre generose. È un errore madornale. Esse sono scarse, sempre più, e spesso sfruttate ai massimi livelli da multinazionali con politiche ambientali vergognose.

Non si tratta, appare ovvio, di bloccare l’industria della carta, smettere di vendere libri, quaderni o giornali, ma di ricalibrare le azioni attraverso una presa di coscienza meditata e mirata.

Scrivere su fogli sempre nuovi? Farlo in una sola faccia? Buttare un foglio perché ha un piccolo segno che “disturba”?
Ecco un altro ottimo motivo, piantatela di scrivere sprecando carta di continuo, fatelo solo sul pc, su carta riciclata o cercando in ogni caso di pensare che dall’altra parte del mondo un altro albero sta cadendo.
A martedì.

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Palahniuk, lo scrittore borderline - da "Fight Club" a "Pigmeo"


Di Leonilde Bartarelli

Chuck Palahniuk è uno scrittore difficile. O lo si ama o lo si odia. Addirittura ogni suo singolo romanzo rientra in questa dicotomia. Lui stesso fa di tutto per non piacere al lettore, pare quasi voglia respingerlo, scandalizzarlo e scioccarlo in ogni modo.
Questo è evidente in modo particolare nel suo ultimo romanzo: Pigmeo, dove mette alla prova la pazienza dei fedelissimi sconvolgendo non solo i contenuti, non solo la struttura ma anche la lingua stessa.
Porta al limite tendenze che già sono negli altri suoi romanzi e distrugge in piena consapevolezza la sintassi scrivendo un intero romanzo in un gergo faticosissimo e provocatorio interessante dal punto di vista concettuale ma difficile nella lettura e neanche tanto coerente, a ben vedere, con la figura del protagonista narrante (straniero sì, ma non così ignorante, visto che vince gare di spelling).
Ma per comprendere e accettare almeno concettualmente questo romanzo occorre conoscere l'autore e i suoi percorsi.

Le sue storie non sono mai lineari, il lettore deve affidarsi e confidare in lui, sapendo che alla fine tutto tornerà, che l'architettura ingegneristica che regge i suoi libri sarà evidente, anche se per buona parte del testo gli sembrerà di non capire nulla e di barcollare in uno psichedelico e schizoide universo senza capo né coda.
Palahniuk ha avuto lui stesso una vita complicata e segnata da morti violente di familiari (suicidi, omicidi), ha vissuto situazioni estreme e conosciuto realtà inquietanti. Questo si indovina da alcuni temi a lui cari, dalla costante instabilità psichica e sessuale dei suoi personaggi, uomini e donne borderline e spesso travolti e manipolati da una società che li esalta, li schiaccia, li respinge o li attrae irrimediabilmente.
Lo stile è sempre per un motivo o per l'altro innovativo e crudo. Le frasi sono per lo più brevi, secche, a effetto, inframmezzate da interruzioni, flashback che all'inizio sono chiari solo all'autore, con frequenti battute rivolte al lettore quasi fosse un complice o un nemico. Privo di avverbi e particelle che rallentino il ritmo parlato e schizoide.

Ma mai uguale, dicevo. Ogni romanzo ha le sue connotazioni particolari, al di là di una linea generale sarcastica, grottesca, spesso crudelmente amara, di un umorismo nero e graffiante.
Spesso i suoi personaggi intraprendono viaggi deliranti su e giù per l'America, in auto, rubando passaggi in rimorchi contenenti parti di case prefabbricate (come in Survivol) in una ricerca ossessiva di felicità al di là delle regole comuni, in continua parodia della logica consumistica e competitiva, dove i mass media dettano legge e realtà alternative creano velocemente miti e altrettanto velocemente li dimenticano.
Tutto si basa sul riso amaro di folli situazioni tese allo spasimo che arrivano dritte allo stomaco come pugni nella loro assurda esagerazione così reale e vicina alla moderna società contemporanea. I rapporti umani fra gli individui sono disgregati e si fondono in deliri di allucinazioni fino ad arrivare talora al paradosso di non sapere neanche se l'amico che ci sta accanto è un fratello, una sorella o siamo noi stessi proiettati in altri, se esiste lui o noi e quale dei due è parto di una personalità disturbata. Nessuno è più sicuro di un affetto o di un legame che anche se forte è sempre folle e delirante. Situazioni sgradevoli che ripugnano istintivamente: morti, omicidi, sodomia, violenze, stupri, pornografia, bambini uccisi. Non risparmia nulla e nessuno.
Difficile dare un giudizio ai suoi libri e consigliarli ad altri o no: in questo caso il gusto personale influisce più che mai. È uno scrittore che tocca nervi scoperti e come tale scatena sentimenti opposti.

In una rapidissima carrellata dei suoi romanzi si parte dal primo pubblicato Fight Club (1996, reso celebre anche dal film di David Fincher), dove regna la violenza assoluta, tesa all'autoannientamento ma, nello stesso tempo, salvifica.

Survivol (1999): la credulità collettiva, la società che plasma l'individuo e poi lo distrugge, in cui le pagine sono numerate all'incontrario, in un conto alla rovescia del protagonista che va verso il suicidio raccontando la sua storia.

Invisible Monster (in realtà il suo primo romanzo ma uscito nello stesso anno). Un altro viaggio, ma non verso la morte bensì alla ricerca dell'identità sgretolata e persa nel culto dell'immagine e della bellezza.

Nel 2001 esce Soffocare: la liberazione dalle pastoie del passato e dei pregiudizi imposti dalla pressione sociale. Per i miei gusti il migliore e il più dirompente.

Poi Ninna nanna (2002), onirico e fantastico. Il potere della parola elevato alla massima potenza.

Diary (2003) non è considerato dai più uno dei capolavori, ma io lo trovo quanto mai affascinante. Scritto in forma di diario, mescola tempi presenti e passati, prima, terza e seconda persona tutti insieme in un risultato da caleidoscopio mutevole. Una società perfetta che imbroglia e usa l'individuo, distruggendo prospettive e scelte.

Cavie (2004): Un reality show unito al Decamerone, con storie grottesche narrate in prima persona senza sapere chi, tra i vari personaggi, la sta narrando. Il mito del raggiungere fama effimera attraverso l'autosofferenza, il bisogno disperato di incolpare qualcun altro delle nostre disgrazie.

Rabbia (2005): struttura di nuovo diversa: la ricostruzione di una vita attraverso ricostruzioni orali, interviste e notizie post mortem, con un riuscito risvolto fantascientifico.

Gang Bang (2008): Qui i personaggi, identificati da numeri, in una cornice pornografica grottesca si scambiano la parola rivisitando le scene più volte da tre più una angolazioni.

Arriviamo quindi a Pigmeo (2009) con il suo stile volutamente sgrammaticato, sulle assurdità delle motivazioni terroristiche da una parte e sulla nullità di valori della gioventù e del capitalismo americano.

Per il 2010 è previsto Tell All. Staremo a vedere.

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Pier Paolo Pasolini

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Morrissey, handwritten Bible, Kathleen Parker, children's reading groups

Five Dials
Morrissey 101.

Galley Cat
Handwritten Bible Auctioned on eBay.

Prospect
How Kathleen Parker became America's most-read woman columnist.

Guardian
Authors help pilot international children's reading groups.

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Il primo editore, la macchina dello sguardo e l'inattività

Nazione Indiana
Autismi 15 – Il mio primo editore.

Minima et Moralia
La macchina dello sguardo.

Capitano mio Capitano
Frammenti dell'autore inattivo.

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12 novembre 2009

Intervista a Laura Pugno


Buongiorno, vorrei iniziare chiedendole a quale età si è avvicinata alla scrittura e se è stato o meno un caso fortuito.

Scrivo da sempre, dall’infanzia, in maniera naturale. Poi, negli anni, ho imparato ad addestrare quella che era una predisposizione inconsapevole, “la cosa che sapevo fare bene”. Verso i vent’anni, grazie al confronto con amici appassionati di letteratura, ho capito meglio chi ero, o forse, chi volevo essere, quale volevo che fosse la mia voce. Il resto del tempo l’ho speso a diventare o chi ero e chi sono.

Se consideriamo come estremi l’istinto creativo e la razionalità consapevole, lei collocherebbe il suo modo di produrre scrittura a quale distanza dai due?

C’è una parte più ampia della mente cosciente che collabora con la mente cosciente alla scrittura; col tempo, il modo di fare di questa mente prima, in me, è diventato sempre più progettuale. A vent’anni scrivevo frammenti, oggi scrivo per progetti, in poesia come in prosa. E’ l’agenzia interiore che è capace di mettere da parte, due anni prima, esattamente l’articolo di giornale con la frase o l’informazione che ti serve, molto prima che tu sappia coscientemente a cosa ti servirà. In un certo senso, addestriamo noi stessi.
Poi c’è la progettualità immediata, evidente, della mente cosciente: la struttura della raccolta, lo schema del romanzo. Col tempo, per me il progetto è diventato liberatorio. Qualche anno fa, prima di scrivere un romanzo, avevo un’idea generale della trama. Oggi, prima di scrivere un romanzo, so esattamente a cosa mi serve ogni capitolo, quali sono le forze che si scontrano. Il che non toglie che strada facendo si possano avere delle sorprese. Anzi. Il fatto di elaborare prima il percorso consente di concentrarsi in modo molto più libero e spontaneo sul flusso della scrittura.

Moravia, cascasse il mondo, era solito scrivere tutte le mattine, come descriverebbe invece il suo stile? Ha un metodo rigido da rispettare o attende nel caos della vita un’ispirazione? Ce ne parli.

Non sono mai stata una persona abitudinaria, e del resto, il mio tipo di vita non me lo permetterebbe. Fino ai ventisette anni ho scritto quasi solo poesia, e quindi ho sempre dato per scontato che nella mia vita, insieme alla scrittura, ci sarebbe stato il lavoro, dato che vivere solo di poesia è irrealistico. Oggi, l’idea di vivere solo di scrittura – di prosa, di romanzi, o del cosiddetto “indotto” - mi sembra a volte affascinante, ma anche inquietante: dove va a finire la libertà di non scrivere, di aspettare l’occasione, di essere fedeli o infedeli a se stessi? Per altro, conciliare poesia e lavoro è facile; prosa e lavoro, molto meno, e la fatica spesso si fa sentire. Ma io, oltre a scrivere, amo vivere nel mondo, e credo che il lavoro mi abbia insegnato, con una disciplina quotidiana, a stare nel mondo, anche quando non vorresti.
Considerando un altro aspetto della questione, a volte ci sono periodi in cui non si scrive, non per libertà o scelta, ma perché bisogna aspettare. Imparare a riconoscere e rispettare questi tempi non morti richiede tempo, esperienza.

Di che cosa non può fare a meno mentre si accinge alla scrittura? Ha qualche curiosità o aneddoto da raccontarci a riguardo?

Di niente, in realtà. Preferisco il silenzio e la riservatezza, ma spesso ho scritto in circostanze molto diverse. L’unica abitudine che ho è portare sempre con me un quadernetto per annotare le idee improvvise.

Wilde si inchinò di fronte alla tomba di Keats a Roma, Marinetti desiderava “sputare” sull’altare dell’arte, qual è il suo rapporto con i grandi scrittori del passato? È cambiata nel tempo tale relazione?

Ogni scrittore nasce forte lettore, ed è dalla bellezza della letteratura del passato che nasce il desiderio, magari un po’ folle, di creare la bellezza della letteratura del futuro. Per altro, io non sono portata al divismo o all’adorazione cieca, non lo sono mai stata, neanche da adolescente. Ho opere che ho amato moltissimo, diverse secondo le età. Qualcuna oggi mi colpisce allo stesso modo, altre in modo diverso. Credo sia normale.

L’avvento delle nuove tecnologie ha mutato i vecchi schemi di confronto fra centro e periferia, nonostante ciò esistono ancora luoghi italiani dove la letteratura e gli scrittori si concentrano? Un tempo c’erano Firenze o Venezia, Roma o Torino, qual è la sua idea in merito?

Non so se ci siano dei luoghi fisici di questo tipo, oggi. Naturalmente è più facile stabilire rapporti stretti con chi si può frequentare nella vita, ma questo non è necessariamente vero: alcune delle mie maggiori amicizie letterarie, ad esempio quella con Giulio Mozzi, sono nate a distanza, forse proprio grazie alla distanza, quando la distanza “era tutta campagna”, vale a dire, prima della Rete. Naturalmente, la Rete, come dice la tua domanda, è un grande luogo trasversale. E poi c’è un luogo intermittente, provvisorio, ma prezioso, che sono I festival della letteratura, dove spesso si ha l’occasione di incontrare vecchi amici, e a volte nuovi amici.

Scrivere le ha migliorato o peggiorato il percorso di vita? In altre parole, crede che la letteratura le abbia fornito strumenti migliori per portare in atto i suoi desideri?

La letteratura era il mio desiderio. Era naturale che volessi farne la mia vita.

La ringrazio e buona scrittura. 

Grazie a te.


Laura Pugno è nata nel 1970. Ha pubblicato due romanzi, Quando verrai (Minimum Fax 2009) e Sirene (Einaudi 2007), premio Libro del Mare 2008 e Premio Dedalus 2009; una raccolta di racconti, Sleepwalking (Sironi 2002); due libri di poesie, Il colore oro (Le Lettere 2007, con fotografie di Elio Mazzacane) e Tennis (NEM 2002); e i testi teatrali di DNAct (Zona 2008). In autunno uscirà una nuova plaquette di poesia, “gilgames`” (Transeuropa), accompagnata da un cd del gruppo Kobayashi.

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Nuovi Volti Per Nuovi Libri. Scrivi il tuo Ebook e guadagna soldi scrivendo


Di Simone Marzini

ma prima sgancia 25 euro...

Io lo ammetto, e chi mi conosce lo sa: adoro i concorsi. E le raccolte punti. Dev'essere per colpa della casalinga di Voghera che è in me.
Ieri sul gruppo di facebook del blog c'era un annuncio di una casa editrice che prometteva di guadagnare soldi scrivendo. Ora, visto che di solito scrivo gratis ho cliccato subito, e trovo una simpatica postilla su una tassa di iscrizione di 25 euro a fronte di un premio di 500 euro (esclusivamente per il vincitore) e pubblicazione in ebook. Ho manifestato le mie perplessità in un commento, viste anche le prerogative del blog sul romanzo che si batte contro l’editoria a pagamento, e mi è stato risposto dai diretti interessati (copioincollo per non sbagliare) "Sarebbe opportuno parlare sul blog anche degli altri contenuti del Concorso, non solo che l'iscrizione costa 25 Euro... Tanto per dare una informazione corretta dell'evento! Grazie"

Allora vediamo gli altri contenuti. Le modalità di votazione sono esclusivamente con giuria popolare, da parte dei lettori tramite facebook. Tradotto in parole povere, chi riesce a convincere più amici a votarlo arriva primo.
I diritti d'autore (copioincollo pure questo): "Gli Autori iscritti al Concorso concedono all’Editrice SOLLEONE S.r.l. a titolo gratuito il diritto esclusivo alla pubblicazione dei testi inviati, in quanto pubblicati sul proprio sito, per un periodo di un anno solare dalla pubblicazione del presente Regolamento: per tutto questo periodo l’Autore si impegna a non divulgare e non pubblicare con qualsiasi altro mezzo il testo con il quale partecipa al Concorso, anche in maniera parziale."

Quindi oltre a pagare devo pure cedere per un anno la mia opera. Anche se perdo. Altra chicca:

"Come quanto previsto all’Art. 7, ai primi tre classificati spetta la pubblicazione e la commercializzazione in formato e-book del testo integrale, con oneri a carico di Editrice SOLLEONE; l’eventuale pubblicazione cartacea dell’opera dovrà essere economicamente concordata tra Autore ed Editrice SOLLEONE."

Quindi parlano di pubblicazione in ebook, ma non parlano di codice ISBN, di eventuale distribuzione. Per la pubblicazione cartacea dovrà essere economicamente concordata: cioè vuol dire che viene richiesto un contributo all'autore? Messa così parrebbe proprio di sì.

Traete le vostre conclusioni e decidete se partecipare o meno. La mia risposta potete facilmente immaginarla.
Vi lascio un po' di dati: in Italia ogni anno si svolgono più di mille concorsi letterari. Mille, cioè 3 al giorno. Molti di questi sono gratuiti, patrocinati da comuni, ministeri, banche, enti, e chi più ne ha più ne metta. Alcuni sono prestigiosi, altri sconosciuti, altri nati l'altro ieri. Alcuni elargiscono dei premi in denaro, altri rilasciano degli attestati ai vincitori, altri garantiscono la pubblicazione gratuita in antologia, altri ancora buoni acquisto ecc.

Io quest'anno ho partecipato a quindici di questi concorsi, fra fumetto e narrativa, alcuni sono andati bene e altri male, ma gli unici euro spesi sono stati quelli in ufficio postale per la spedizione del plico. Quando devo sganciare dei soldi sento sempre puzza di bruciato. Ho un prodotto da piazzare, il mio libro o racconto, e tu sei in cerca di opere da premiare. Allora perché devo pagarti per farlo? Le risposte che ho letto in internet è che si tratta di una tassa di lettura, che ci sono delle spese da sostenere, i lettori da pagare ecc.
Sarebbe come se un'azienda che deve assumere una persona dicesse nell'annuncio: allora, venite a fare il colloquio ma portatevi 50 euro da lasciarci che io per fare i colloqui devo togliere del tempo al mio lavoro e trovo giusto essere pagato per farlo. In più se si presentano 100 persone mi ci pago il contratto del neo assunto. Ma quando mai?
Concorsi letterari patrocinati dallo Stato ce ne sono tanti, sono gratuiti, organizzati da volontari che lo fanno con grande passione. Partecipate a quelli, non dovrete pagare nessuna iscrizione: tanto li avete già pagati con le tasse.

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Lo scrittore schizofrenico


Di Giovanni Pannacci

Leggendo i vari articoli o le interviste agli scrittori pubblicati in questo blog, vi sarete resi conto che non esiste una metodologia di lavoro unica nell’affrontare la scrittura di un romanzo.
C’è chi si costruisce una sorta di scaletta, chi una grata dettagliata, chi realizza delle schede accurate per ogni personaggio, e chi, invece, chiede alla pagina bianca e alla stessa scrittura di lasciarsi condurre e sorprendere, affidandosi soltanto a una iniziale suggestione, a una labile idea di partenza.
Questi metodi di lavoro sono ovviamente tutti validi, adottarne uno piuttosto che un altro dipende dal singolo scrittore. Saranno il tempo e l’esperienza ad affinare tecniche e metodologie, elementi, questi, che viaggiano insieme all’ispirazione molto più a stretto contatto di quanto non si pensi.

Quello che conta, a mio avviso, è avere un’idea di partenza forte. Non necessariamente un fatto, un evento. A volte può essere anche un’immagine a mettere in movimento una storia, a farci partire per un viaggio che, pagina dopo pagina, ci farà incontrare personaggi e intrecciare vicende.
Tuttavia, che ci si metta a scrivere soltanto dopo aver definito nei dettagli ogni singolo capitolo, o che si contempli la pagina bianca con in testa solo fugaci suggestioni, bisogna sempre pensare che la materia romanzesca è viva, pulsante e dinamica.

Il romanzo, nella sua fase di scrittura, è una creatura famelica, bulimica, che ha continuamente bisogno di elementi nuovi per formarsi e per crescere. Quando inizierete, come bravi carpentieri, a costruire la macchina narrativa che conterrà la vostra storia, scoprirete che non si è scrittori solo nel momento in cui, praticamente e fisicamente, si è impegnati nell’atto dello scrivere.
Se una storia sta crescendo dentro di voi, una parte del vostro cervello sarà costantemente impegnata a nutrirla. Potrebbe capitarvi, ad esempio, di essere impegnati in una conversazione di lavoro e iniziare a guardare il vostro collega con occhi nuovi. Magari potreste scoprire che un suo tic o una sua caratteristica fisica o un suo modo di dire starebbero benissimo a uno dei vostri personaggi. Oppure vi potreste trovare a origliare delle conversazioni nella sala d’aspetto del medico o in treno, e riportarle pare pare nelle vostre pagine.
Potreste far vedere ai vostri personaggi film, mostre e concerti che avete visto, potreste fargli prendere aerei che voi avete preso e farli girare per città che voi avete visitato.
Vi succederà, insomma, di vivere una stimolante e curiosa forma di lieve schizofrenia.

Non sarete mai più soli. Potrebbe addirittura capitarvi di sognarli, i vostri personaggi. Come fossero dei parenti, dei vecchi amori, delle faccende in sospeso.
E, fatalmente, finirete per innamorarvi di loro. Vi sorprenderete a guardare le cose con occhi nuovi, gli occhi dei vostri personaggi. Guarderete la vostra stessa vita con inaspettata curiosità, perché scoprirete quanti stimoli può offrire una singola esistenza e quanto importanti, se considerati da un punto di vista narrativo, possano risultare dei dettagli che abbiamo sempre ritenuto insignificanti.
Ecco perché, al di là dell’esito editoriale, al di là del successo, scrivere un romanzo può risultare un’esperienza interessante. Ma bisogna essere bravi a fare in modo di non creare cloni di noi stessi, bensì creature letterarie originali e indipendenti. Imparare, insomma, a trarre il massimo risultato da quella leggera condizione di schizofrenia che affligge ogni scrittore.

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I dolori del giovane scrittore esordiente - parte III


Di Simone Marzini

Qualche mese fa il mio amico Marco è tornato a fare il cammino di Santiago di Compostela. Ci era andato l'anno prima, e in maggio l'ha terminato. Mi raccontava che il numero dei pellegrini è aumentato quest'anno, molte persone che si erano trovate senza lavoro, in cassaintegrazione, l’avevano intrapreso: tanto a casa tutto il giorno che ci stavano a fare? Erano queste le motivazioni principali di molti di loro.
Allo stesso modo in questo anno di crisi nera molta gente, che vedrà purtroppo aumentare il proprio tempo libero, scriverà un romanzo.
Ci posso scommettere quello che volete.

Questo si traduce in maggiore concorrenza per chi invia il proprio manoscritto ad una casa editrice. Con questo non voglio scoraggiarvi, anzi, vi sto esortando: vi trovate in concorrenza con tanti altri scrittori? Allora dovete essere migliori di loro. Non posso insegnarvi a scrivere meglio, ma darvi un paio di consigli utili a cui magari non avete pensato, quello sì.
Il padre della mia morosa dice sempre che l'abito fa il monaco. Per la cronaca vende abbigliamento.
Credo abbia ragione: in una società che ha creato cose assurde come la moda e i reality show l'apparenza gioca un ruolo fondamentale. Tutti questi giri di parole e luoghi comuni sono per dirvi di non spedire mai e poi mai un fascicolo di copie stampate nel sottoscala. Vi verrebbe mai in mente di andare a fare un colloquio in tuta da ginnastica con le macchie di sugo? Ecco, visto che dovete affidare il vostro manoscritto alle poste italiane e verrete giudicati in primo luogo da quello, cercate di spedirlo confezionandolo in maniera professionale. I refusi dovranno essere ridotti al minimo sindacale, errori ortografici non devono essercene, l'impaginazione deve essere curata. Avete presente quando leggete un qualsiasi libro e le parole sono tutte allineate pari pari sia a destra che a sinistra? Ecco, se scrivete in word usate la funzione sillabazione automatica, in modo che si vada a capo col -, curate le intestazioni dei capitoli, la struttura della pagina. Per le virgolette dei discorsi usate queste «» e non queste "". Chi valuterà il vostro lavoro dovrà riuscire a leggerlo comodamente: dimensione del font e interlinea adeguate non sono un'opinione. Inserite sempre una sinossi, che deve essere accattivante: deve incuriosire chi la legge, deve fargli venire una voglia smodata di leggere il romanzo, deve creare delle aspettative forti.

Passiamo a qualche consiglio pratico: qual è il formato ideale per spedire un manoscritto? Non lo so. Probabilmente il volume già rilegato. Ma qui entra in gioco uno dei dolori del giovane scrittore esordiente, il conto in banca. Basta fare un giro nei siti internet che offrono print on demand per vedere che i costi di stampa di un volume di circa 200 pagine non sono proprio bassi. Iniziano ad essere accettabili per lotti di 25 copie, che forse sono anche troppi per le nostre esigenze. Parliamo sempre di costi superiori ai 200 euro. Ne vale la pena? Mah... ci sono alternative più casalinghe ma altrettanto dignitose.

Io ho sperimentato queste:
- i dorsini rilegafogli. Sono quei cosi in plastica a forma di U che servono a pinzare i fogli. Costano poco, sono comodi, ce ne sono di tutte le misure, si possono abbinare a cartoncini colorati e pagine da lucido trasparenti per fare delle sovracopertine. Se si gioca bene con i colori e la grafica il prodotto confezionato ha un bel colpo d'occhio. Attenzione all'impostazione del margine sinistro però, dovete aumentarla in modo che non venga mangiata nelle pagine centrali.
- rilegafogli a spirale. Sono comodi per la lettura, se avete una bucafogli adatta e vi fate il lavoro in casa avrete un costo bassissimo di realizzazione. Nei centri stampa tendono a lucrarci un po' (a me una volta la rilegatura è costata 3 euro).
- spillatrice (o cucitrice, graffettatrice). Ha dei limiti per quanto riguarda il numero di fogli, anche se ne esistono di professionali per oltre 200 pagine, ma come soluzione è economica e pratica. Rispetto alle altre soluzioni non permette di aprire e richiudere il manoscritto, se vi capita di dover sostituire un foglio, o se avete sbagliato l'ordine di inserimento delle pagine, siete fregati.

Scegliendo una di queste soluzioni e recandovi in un buon centro stampa potrete confezionare il vostro libro con meno di dieci euro. Se lo stampate in ufficio o vi arrangiate in casa con i vari kit di riempimento cartucce spenderete anche con meno, sempre che abbiate a disposizione molta pazienza e una stampante che fa il fronte retro. Nulla vieta poi di adottare soluzioni più professionali come rilegatura termica, cuciture a sella ecc.ecc.ecc. dipende da quanto volete investire economicamente. Ricordatevi bene di inserire tutti i vostri recapiti nella prima pagina dopo la copertina: nome, cognome, indirizzo, telefono, email. Se volete mettere la vostra biografia fatelo alla fine, indicando quelle notizie che possano essere di qualche interesse per chi andrà a leggere il vostro manoscritto. Quindi, se nel poker di facebook avete 2 milioni di dollari, se siete campione di lancio della salsiccia o riuscite a fare le scoregge mettendo la mano sotto l'ascella, meglio non indicarlo. Mettete le vostre esperienze letterarie, le pubblicazioni, se lo ritenete opportuno.
Allegate sempre una lettera di presentazione, in cui indicare nuovamente i vostri dati. Se volete scrivete i motivi per cui dovrebbero pubblicarvi, alcune case editrici lo richiedono, ma evitate di scrivere che il vostro libro è bellissimo, lo leggeranno e valuteranno secondo i loro gusti. Non scrivete che se non vi pubblicano non capiscono niente, potrebbero venir loro dei giustificati preconcetti nella valutazione. Non scrivetelo neanche dopo che magari vi hanno rifiutato, usando forum e blog come valvole di sfogo, il mondo editoriale è piccolo e non è conveniente parlare male degli altri. Fareste solamente una pessima figura.
Siate educati, insomma. C'è talmente poca educazione in questa nostra società che apparirete rivoluzionari a chi vi legge.

Nel prossimo intervento vedremo di approfondire la scelta della casa editrice, con alcuni consigli e considerazioni.

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"Il giorno prima della felicità" di Erri De Luca


Di Alessia Colognesi

Avete mai incontrato Erri De Luca?
Intendo se l'avete mai visto almeno in fotografia o ascoltato in un'intervista. Bene, se vi manca una di queste esperienze è opportuno che prima di iniziare a leggerlo svolgiate come minimo uno dei compiti. Poi sfogliate “Il giorno prima della felicità” e leggetene alcuni passi.
Osservate le frasi, brevi come sentenze e il loro susseguirsi musicale, dove la virgola è il mezzo tono incastonato tra due punti. Sentite il ritmo? Erri De Luca si specchia nella sua scrittura.

Se seguirete questi esercizi preliminari leggere “Il giorno prima della felicità” sarà come incontrare un vecchio amico che aspettavate da tempo. Riuscirete a scorgere nelle parole il suo sguardo intenso e scaltro, le rughe profonde che gli solcano il viso e un corpo magro arrampicato su esili gambe lunghe.
Nei periodi chiusi dal punto e interrotti a capo dall'ampia spaziatura, sentirete la sua voce profonda che guizza a tratti di discorso diretto in una calda tonalità napoletana.
Arrivati al punto e a capo, mentre vi sembrerà che lui attenda una vostra risposta, vi metterete a pensare che come al solito De Luca trova sempre le parole, le sguaina, colpisce e se ne va, lasciandovi lì pensierosi a leggere l'intellegibile.

C'era una volta Napoli...
Era il 1943 custodito nei racconti di un vecchio portinaio e per non perdersi fra i ricordi bastavano un paio d'occhi furbi da bambino.
Quel bimbo non ha ancora dieci anni, e siccome è smilzo e contorsionista fa il portiere della squadra dei grandi.
Da quando è riuscito a recuperare il pallone, finito al primo piano sul terrazzo del palazzo di fronte al campo di calcetto, è di guardia in porta.
Quel giorno, mentre s'improvvisava equilibrista ha alzato lo sguardo al cielo, ma prima di incontrarlo, al di là del vetro del terzo piano, ha intravisto una bambina che per un istante aveva gli occhi fissi alla finestra, i capelli marroni e il vestito verde illuminato di sole.
Un’altra volta per liberare la palla era finito tra le gambe e la spada della statua del Re Ruggero il Normanno. Quella, fu la volta in cui scoprì il nascondiglio.

La scrittura di Erri De Luca tocca, profuma, brilla, suona. Uno stile, il suo, che risveglia i sensi avvolgendo il lettore passo dopo passo in una sensazione nuda che acquista significato nella sensualità pura dell'essenzialità che lo contraddistingue.
Il giorno prima della felicità” è un libro intenso, piccolo, bianco, al passato, che impone al lettore di allontanarsi dal proprio tempo immedesimandosi nello sguardo di un bambino che ha imparato a vivere la libertà crescendo solo.
Il protagonista è un orfano con una madre adottiva che gli paga gli studi, un maestro che la mattina gli insegna la vita e don Gaetano che dopo la scuola gioca a carte con lui e la sera gli porta la cena nello “stanzino”.

Per raccontare Napoli ad un bambino De Luca scrive di emozioni istintive, forti, ricorrendo spesso alle figure retoriche che imprimono nella sua scrittura una poetica di pura spontaneità.
Pagina dopo pagina il protagonista cresce in una narrazione intrisa di ricordi in cui rivivono insieme passato e presente e si scopre figlio della sua città, non più orfano di genitori, ma «persona di un popolo».
È così che il ricordo del profilo della bimba intravisto per tanto tempo solo dalla finestra, diventa l'odore di pioggia pungente dell'impermeabile di Anna che «il tempo ha messo addosso per farsi riconoscere», ed irrompe nel presente.
Il nascondiglio del giovane ebreo scampato alla guerra, s'intravede al di là di una porta mai aperta e si trasforma nella voce di Anna che attraversa il tempo esaudendo un desiderio di bambini.
Il giorno prima della felicità” è il passato che ritorna, nel combattimento di don Gaetano il giorno prima della liberazione di Napoli, e il pensiero di Anna declinato al presente, la libertà, al di là di un vetro infranto, che la separava, bimba, dal mondo.
E la felicità di Erri De Luca cosa c'entra con la libertà?
«La libertà uno se la deve guadagnare e difendere. La felicità no, quella è un regalo».

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Zygmunt Bauman

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Best American Short Stories, Korean works, Kim Stanley Robinson, Twitter...

The Millions
Best American Short Stories: By the Numbers.

The New Yorker
Protagonists of Punishment.

Joong Ang Daily
In globalized world, classical Korean works often lost in translation.

Guardian
Kim Stanley Robinson: science fiction's realist.

Galley Cat
Publishing Twitter Lists, Part One.

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Solzenicyn a Roma, la ghigliottina, Pozzoromolo di Carrino e una modesta proposta

Books Blog
Intitolata a Roma una via ad Aleksandr Solzenicyn.

Minima & Moralia
Elogio della ghigliottina.

Nazione Indiana
Pozzoromolo di Carrino.

Sorelle d'Italia
Una modesta proposta.

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11 novembre 2009

Spetteguless sulle siure & Co. - Settimana 4


Il rapporto sullo stato dell’editoria in Italia 2009 dimostra che tra i lettori la metà circa (47,7%) non legge più di tre libri all’anno. Questi non sono spetteguless, ma i veri drammi di un paese che si pone come fanalino di coda in Europa. Non sono i talk show o il Grande Fratello il problema, esistono altresì negli altri paesi europei.
Per quale dannata ragione si legge così poco in Italia? Se si fa soltanto riferimento alle statistiche, siamo un paese di ignoranti e, quindi, a rigor di logica, certi accadimenti li meritiamo.
Se non ci sono mediamente strumenti di critica affinati e rafforzati di continuo verso il mondo e se stessi, qual è il futuro del nostro paese?

La Giunti ha fatto qualche cambiamento nel proprio organico e la Mondadori porta in tribunale Il Riformista, che risponde picche, si direbbe.

Romano Editore pubblica il vocabolario fiorentino, ops, il Vohabolario. Fiorentini, aggiornarsi, forza.

Due di due compie 20 anni e City intervista il noto autore, mentre la Bompiani di anni ne fa 80 e festeggia (ne abbiamo già parlato, ma credo valga la pena segnalarlo ancora).

Se fra l’11 e il 13 dicembre siete a Milano, beh, beccatevi il primo Salone della piccola e media editoria indipendente. La sfida con Torino è lanciata.

Sempre per citare la Giunti scopro che assieme alla Vallecchi ci sarà una collaborazione importante, se cercate qualcosa su Leonardo Da Vinci, bene, ora sapete da chi andare. E a proposito di collaborazioni: ecco la Fandango con la Coconino Press, di fumetti si tratta.

Spetteguless torna ogni settimana di mercoledì!
State in campana, qui ci scappa poco delle siure & Co.

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Spazio metropolitano alla Deriva


Di Paolo Melissi

In girum imus nocte et consumimur igni
Sidonio Apollinare / Guy Debord


Negli anni ’50 la città ha ripreso a crescere dopo il trauma della Grande Guerra. La metropoli è ancora più labirinto, l’enigma da risolvere, lo spazio da svelare e controllare nel percorso in un’era in cui gli spostamenti sono ancora più rapidi e allontanano il cittadino dal camminare, in una sempre maggiore “intensificazione della vita nervosa”*. Le esplorazioni dadaiste e le deambulazioni surrealisti sono superate. Il 1957 è l’anno dell’Internazionale Situazionista, che introduce nel rapporto con lo spazio una dimensione di sovversione politica. La Deriva situazionista getta le basi per nuove pratiche collettive ed espressive di reinterpretazione della metropoli intesa come riflesso di un ordine di potere capitalistico. Nasce la Psicogeografia, che mette in discussione gli effetti psichici che la struttura urbana origina nell’individuo in un contesto (anche) di oggettività.

Il concetto di Deriva è indissolubilmente legato al riconoscere effetti di natura psicogeografica e all’affermazione di un comportamento ludico costruttivo, ciò che da tutti i punti di vista lo oppone alle nozioni classiche di viaggio e passeggiata.. La deriva, nella sua unità, comprende nello stesso tempo questo lasciarsi andare alle sollecitazioni del terreno e la sua contraddizione necessaria: il dominio delle variazioni psicogeografiche attraverso la conoscenza e il calcolo delle loro possibilità**

scrive Debord fornendo le coordinate di Deriva e rivendicando il superamento nella continuità delle pratiche dadaiste e surrealiste. Il perdersi della flanerie e del surrealismo conserva la valenza estetica e psichica ma, al contempo, si appropria di strumenti critici che, da ora in poi, non consentiranno più al camminare di configurarsi come un vero abbandono. Camminare in città è diventato agire, prima di tutto. Il tessuto urbano è percorso, esplorato, interpretato, è teatro anche di azioni ludiche.

Jacques Fillon scrive una Description raisonnée de Paris (1955), Guy Debord pubblica L’introduction à une critique de la géographie urbaine (1955) e Théorie de la dérive (1956). Viene realizzata La Guide psychogéographique de Paris, e The Naked City: Illustration de l’hypothèse des plaques tournantes en psychogéographique, mappa di una città/arcipelago, le cui parti, frazionate e incomplete, sono associate a differenti stati d’animo.

Ogni Deriva parte a piedi da Place Controscarpe, sede del quartier generale lettrista (il Situzionismo prenderà le distanze dal Lettrismo di Isidore Isou), per non più di una giornata, e può includere appuntamenti, esplorazione di stabili abbandonati, irruzioni nelle catacombe.. La Deriva produce scrittura sotto forma di cartografia influenzale: nascono i collage di Guy Debord e Gil J. Wolman fatti d’immagini, frasi ritagliate dai giornali, piantine di Parigi a frammenti di isole e continenti ritagliati da un atlante.

La tecnica dell'esplorazione psicogeografica è la Deriva, un passaggio improvviso attraverso ambienti diversi: "per fare una deriva, andate in giro a piedi senza meta od orario. Scegliete man mano il percorso non in base a ciò che SAPETE, ma in base a ciò che VEDETE intorno. Dovete essere STRANIATI e guardare ogni cosa come se fosse la prima volta. Un modo per agevolarlo è camminare con passo cadenzato e sguardo leggermente inclinato verso l'alto, in modo da portare al centro del campo visivo l'ARCHITETTURA e lasciare il piano stradale al margine inferiore della vista. Dovete percepire lo spazio come un insieme unitario e lasciarvi attrarre dai particolari. Portate con voi una mappa e nei momenti di sosta tracciatevi il percorso compiuto per studiarlo successivamente o descriverlo ad altri. Se vi sono passanti, IMPORTUNATELI, chiedendo ad esempio DOVE CREDONO CHE DOBBIATE ANDARE***.


Bibliografia essenziale

Mario Perniola, I situazionisti
*Georg Simmel, Le metropoli e la vita dello spirito
**Guy E. Debord, Théorie de la dérive
***Luther Blissett, Della guerra psichica nella metropoli traiettoriale (ovvero alcuni elementi di psicogeografia estrema per fottere il pizzardone astratto e trarne il massimo del piacere)

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Goffredo Parise

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McCulture, old man, literary agents, discovering Herta Müller

Wilsoncenter
McCulture.

Bookninja
Sit down, old man.

Galleycat
Literary Agents, bah! Who needs them?

WSJ
Discovering Herta Müller.

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Lévi-Strauss, il romanzo americano, Alessandro Perissinotto, estremi confini e potere

Carmilla
Il triste tropico del dr. Manhattan.

Il primo amore
Dove va il romanzo americano.

Nazione Indiana
Scrivo per essere capito.

Marco Mancassola
Estremi confini. Manovre di potere nei territori del limbo.

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